I 5 Campanili

Classica compassata eleganza di una casa in stile anni Ottanta (parquet, tappeti, tanto legno…) per questo ristorante che è un indirizzo assai valido per viziarsi con piatti ricchi che, fra carne e pesce (con una chiara predilezione per quest’ultimo), si muovono, latamente, nel solco della grande tradizione regionale italiana, qua e là appena vivacizzata da alcuni azzeccati spunti speziati. Così il carpaccio di scampi con olio extravergine è impreziosito da un tocco di shichimi mentre il tortino di cappesante è su «fili» di verdurine, patate, pomodorini frutta secca ed è accompagnato da pane thai. Di estremo gusto sono anche i maccheroni alla gricia con carciofi violetti, guanciale e Pecorino romano. Classica e solida è pure la cantina, ricca di numerose buone proposte. Circa 60 euro il conto. In estate si mangia all’aperto, in un bel dehors.

Da Venanzio

Immersa in un lussureggiante parco, questa storica insegna è fra i più validi indirizzi del Varesotto. La famiglia Pedrinelli lo conduce da quattro generazioni, con la vera passione di chi ama fare ristorazione seria. La cucina, solida e raffinata al contempo, mostra di prediligere le ricette della tradizione lombarda e piemontese (con alcune incursioni emiliane), ingentilite quel tanto che basta per renderle contemporanee. Ecco quindi i mondeghili alla milanese su coulis di pomodoro; i ravioli del plin con sugo d’arrosto; e i tortellini in brodo di cappone. Succulente carni fra i secondi anche se non mancano mai almeno un paio di proposte di pesce. La cantina offre un ottimo ventaglio di bottiglie, con ricarichi corretti. Come corretto è il conto: circa 60 di euro, mentre i menu sono offerti a 55 e 65 euro.

Acquerello

Silvio Salmoiraghi è una figura di spicco della ristorazione lombarda e nazionale, dalla statura tecnica e creativa consolidata. L’incontro con il coreano Choi, dal cognome assai più impervio della sua luminosa espressività culinaria, è stato come la congiunzione di due lune. Oggi ad Acquerello ci siede per godere di realizzazioni solo all’apparenza classiche e per lasciarsi sorprendere dalle stratificazioni che in ogni preparazione si sovrappongono, lasciando trasparire, boccone dopo boccone, una profondità che ha pochi confronti.

Una proposta, quella di Acquerello, che ignora i confini di genere, ma che è lontana da una banalizzante concezione fusion: se nei piatti compaiono suggestioni orientali è a completamento e supporto di un’armonia pensata e realizzata nel canone di una elegante, schietta, personalissima cucina d’autore, identitaria e fortemente italica. Pietanze come lo storione servito con caviale e purè di sedano rapa, piuttosto che l’animella, «cottura italiana e sensazioni speziate», sono lì a dimostrarlo.

Sono disponibili due percorsi degustazione, rispettivamente da 150 e 170 euro per quattro e sei portate. Due anche i pairing, da cinque e sette calici, a 90 e 110 euro. Si mangia in una sala ampia, con tavoli ben distanziati, sobrissima nell’allestimento e asciutta nel design. Servizio giovanissimo ma partecipato.

Acqua

Davide Possoni ha appreso bene gli insegnamenti di suo papà – l’indimenticato Pino – che, con il suo Ma.Ri.Na, ha fatto conoscere ai gourmet di tutta Italia quanto importante sia la qualità della materia prima, e come debba essere questa e solo questa a ‘parlare’ nel piatto. Lo ha appreso così bene Davide che, quando ha varato (insieme al socio Andrea Marcella) Acqua, non solo ha fatto tesoro della lezione ma l’ha spinta al massimo grado. Non c’è piatto che qui non sia a base di ingredienti eccezionali, e perlopiù preziosi: non si lesina su crostacei e molluschi, pesci pregiati e cacciagione, funghi e tartufi.

C’è poi – in più – la capacità di un cuoco tanto schivo quanto bravo: il giovane Alessandro Menoncin. Con un passato in Francia e in Inghilterra Menoncin ha appreso a menadito tutti i segreti dell’alta cucina classica, ma è stato anche capace di proiettarli nel Terzo Millennio, mediando aromi e sapori con stile contemporaneo. Ecco quindi che i piatti – che in niente rinunciano al gusto e al piacere, e che anzi guidano la mano e il palato del cuoco – si muovono da una superba interpretazione dell’aragosta alla Thermidor (dove però l’intingolo diventa una spuma) e una succulenta fiorentina di rombo chiodato alla brace. Le pappardelle ripiene di faraona e fegato grasso continuano a essere uno dei must della maison.

La cantina – curata da Davide con enorme competenza – è ricca di tutte le più blasonate bottiglie d’Italia e di Francia. Il servizio è attentissimo ma sfugge l’impersonale formalità. L’ambiente, di design contemporaneo, è magnifico. Menu da 140 a 210 euro. Come alla carta.

Crotto Valtellina

Sono oltre cinquant’anni che la famiglia Valbuzzi conduce questa storica e solida insegna che, nel corso del tempo, si è via via raffinata fino a diventare l’elegante locale che è ora. A dare un’ulteriore spinta in tale direzione è stata anche la nuova generazione che, con Roberto (anche noto volto televisivo), ha affiancato ai piatti di più stretta tradizione valtellinese (i Valbuzzi giungono da lì), come i pizzoccheri e lo tzigoiner (sorta di spiedino di carne), pietanze più creative. Ecco quindi che il risotto alla zucca diventa «riso e pop di zucca»: Carnaroli con crema di zucca, zucca fermentata, popcorn al caffè, zucca bruciata, capperi e yogurt di capra, mentre il filetto alla Rossini veste i panni di un filetto d’Angus proposto con crema di topinambur, jus di manzo, mousse di fegato d’anatra e cialda di tapioca. Ottime bottiglie in cantina. Servizio cortese. Menu a 95 e 98 euro. Alla carta si parte da 55 euro.

Il Sole di Ranco

Il Sole di Ranco ha contribuito a scrivere la storia della cucina italiana del secondo Novecento. E ancora oggi la generazione giovane della famiglia Brovelli continua, con passione ed estro creativo, a proporre una cucina capace di intrecciare le materie prime del lago a suggestioni più internazionali, secondo un dettato improntato a linearità e chiarezza gustativa. Ecco quindi che all’immancabile risotto al pesce persico si affianca una tartare di cappesante con hummus di ceci, capperi e limone, e alla lasagnetta del Sole (signature dish della casa) con scampi e salsa al passito una pluma iberica con carciofi e puntarelle. La cantina è superba. Come è superbo, nella bella stagione, mangiare all’aperto, guardando il Verbano. Menu a 55 e 100 euro. Sugli 80 per due portate e un dolce. Camere.

Hotel Colonne

Silvio Battistoni è un cuoco di formazione classica: le sue conoscenze in fatto di materia prima e di tecniche di cucina sono indiscutibili. Ed è sufficiente salire in vetta al Sacro Monte (da qui il panorama è magnifico) per avere un saggio della sua abilità. La terrina di fegato grasso all’Armagnac con chutney di pere profuma di Francia; il risotto mantecato al Franciacorta con funghi è un trionfo di profumi grazie alla presenza del rosmarino, della polvere di alloro e del pepe lungo; mentre il petto d’anatra laccato ricorda Pechino. L’ottima cantina e il servizio affabile aumentano il piacere della sosta. I prezzi sono moderati: menu degustazione a 70 e 90 euro; mentre se ne spende poco meno di 100 per quattro piatti à la carte.

Antica Locanda ai Portici

Alberto Ertugral, che si fa chiamare ‘il turco’ in omaggio alle sue origini, ha una lunga esperienza nel campo della ristorazione. Cresciuto fin da piccolo nel mondo della pizza, dal 2007 è diventato un punto di riferimento per gli amanti del pesce di mare di qualità nel Sud-Ovest della provincia mantovana. La carta, che continua a offrire anche la pizza (il locale utilizza la biga), spesso proposta al tavolo in condivisione come introduzione al pasto, punta sulle crudité, ma sono valide anche i piatti cucinati, come le alici di lampara in crosta di panko giapponese e i tagliolini di pasta fresca con cozze sgusciate, pomodorini gialli e colatura di alici. La carta dei vini è molto ricca, soprattutto sul fronte dello Champagne. Conto a partire da 55 euro: si sale con molluschi e crostacei.

Al Pescatore da Mino

In una minuscola frazione – in mezzo alla piatta campagna – si incontra questa trattoria del ‘tempo che fu’: alcuni tavolini fuori, sotto un pergolato. Dentro il bancone del bar con la rivendita dei tabacchi, e quindi alcune salette, arredate in modo un po’ spartano ma non privo di fascino. Immersi in questa atmosfera un po’ straniante ecco arrivare in tavola la frittura di rane e pesciolini; i tortelli di zucca (eventualmente conditi con sugo di pomodoro); il luccio in salsa… Piatti di gusto e di sostanza, realizzati con tratti casalinghi: ma di grande soddisfazione. Non mancano, per chi preferisce la carne, affettati, salmì e stracotti, secondo stagione. La cantina non è ampia, ma qualche buona bottiglia c’è. Il servizio è di amabile cortesia. Il conto è anch’esso d’altri tempi: non più di 40 euro, pagati con un sorriso.

Locanda Al Ponte

Il Mincio scorre tranquillo a pochi metri da questo storico locale (in passato noto come Al Bersagliere) tornato a essere un punto di riferimento della ristorazione mantovana. Il merito va alla famiglia Ferrari e alle quattro mani che lavorano in cucina: quelle di Massimo, ricche di allori e di consolidata professionalità, e quelle del figlio Matteo, che si adoperano per incuriosire il gusto delle giovani generazioni. Così tra gli antipasti si possono trovare l’insalata di foie gras d’anatra marinato all’aceto balsamico ma anche le code di mazzancolla in pasta kataifi. Punto di forza sono i risotti: si va da quello con rosmarino, Grana Padano e coscetta di quaglia rosolata a quello ai piselli con ragù di tinca. Interessante il cannolo di baccalà mantecato con pistacchi. Cantina ben equilibrata, conto da 62 euro per tre portare e un dolce.

Cento Rampini

Lo schema urbanistico, fatto di un susseguirsi di piazze, è uno dei motivi che hanno fatto di Mantova un Patrimonio dell’Umanità secondo l’Unesco. Proprio in una di queste la famiglia Camatti propone una cucina strettamente legata al territorio. Giusto sotto il medievale Palazzo della Ragione, con la possibilità durante la bella stagione di godersi un pasto all’aperto, ecco una carta che elenca con orgoglio i suoi piatti a base di pasta fresca, ripiena e non (tortelli di zucca; agnolini; tagliatelle; bigoli…). Non manca il riso ‘alla pilota’, mentre tra i secondi prevalgono le carni, seppur ci sia sempre anche qualche pietanza di pesce. La tradizione trionfa anche tra i dolci: dalla sbrisolona al budino belga. Carta dei vini mirata non solo sul territorio, e conto da 55 euro per tre portate e un dolce.

Il Cigno

Il passaggio dello storico ristorante mantovano da Tano e Alessandra Martini alla famiglia Antoniazzi non poteva non destare la curiosità – e la preoccupazione – dei molti affezionati clienti che per decenni hanno gustato al Cigno l’essenza della tradizione virgiliana. Forse chi pretendeva che nulla cambiasse sarà rimasto deluso, ma la ristrutturazione del locale ha mantenuto in gran parte la vecchia impostazione, con l’aggiunta di una saletta bar e il rinnovamento delle sale, con alcuni tavoli tovagliati e altri allestiti in elegante marmo verde.

La differenza più importante – tuttavia – si è avuta ai fornelli: la cucina ha rimesso mano ad alcuni piatti classici, riproponendoli in modo diverso per tecnica, aspetto e gusto, e affiancandoli ad altri, più cosmopoliti, non scevri di un’influenza orientale. Così il cotechino può essere accompagnato da patate e caviale; la picanha tonnata vede sposarsi agnello, guancia di tonno e relativa salsa; mentre il rombo abbraccia polvere di liquirizia, crema di finocchi e ragù di lumachine di mare. Imperdibili i dolci, specialità della famiglia.

Buona la cantina, accoglienza e sala gestite con attenzione dal giovane Pietro Antoniazzi. Due i menu degustazione: «Autentico», che rivisita la tradizione, a 90 euro; «Libero Arbitrio», con spazio alla fantasia, a 105 euro, entrambi con possibilità di abbinamento vini. Alla carta dai 90 euro per tre portate e un dolce; per ciascuna voce è disponibile la versione in piatto unico.

Materiaprima

Il pesce di mare continua a essere il fulcro della proposta di questo locale che, nel cuore di Mantova, assicura una ristorazione professionale, oltre ad alcune camere arredate con gusto. Giuseppe Maddalena (che da anni è uno dei protagonisti del panorama gastronomico cittadino) ha fatto di Materiaprima il suo gioiello: la carta offre infatti un’ampia e ricca scelta di crudi di mare, ma anche la scaloppa di foie gras al Sauternes con tartare di scampi al lime e coulis al lampone. Tra i secondi spicca il filetto di storione con salsa di patate al beurre blanc, caviale e carotine. Per finire, troviamo non solo la classica sbrisolona: gustosa è pure la panna cotta a nido d’api con miele, coulis al mango, croccante di nocciole e mandorle cantonesi. Menu degustazione a 75 e 120 euro, alla carta da 83 euro per tre portate e un dolce.

Scalco Grasso

Si autodefinisce «osteria contemporanea» questo locale di successo, creato da Vanni Righi tra il centro cittadino e la sponda del Lago Inferiore. L’arredo è moderno e la cucina anche, proponendo sia la personale interpretazione della tradizione mantovana, sia piatti di ispirazione cosmopolita, non privi di fantasia. Si può partire dai salumi, sia locali sia spagnoli, e proseguire con i tortelli di zucca con duplice condimento, piuttosto che con il club sandwich di branzino con maionese nera, cavolo viola, sesamo e pomodorini confit. Tra i dolci, tutti i classici virgiliani, a partire dal budino belga. Carta dei vini interessante, con attenzione anche a piccole cantine. Tre i menu degustazione: i classici della casa (75 euro), la ‘mantovanità’ (65) e il vegetariano (55). Alla carta dai 70 euro per tre portate e un dolce.

Angelina Osteria a Po

In quella che era una pertinenza della storica Villa Ghirardina, ristrutturata in chiave moderna, Giorgia Cremonesi con il marito Gianni ha creato un locale che è presto diventato punto di riferimento per molti mantovani, attirati qui da una cucina in linea con la tradizione e che asseconda la stagionalità dei prodotti. Ricca la proposta sul fronte dei salumi, abbinati rigorosamente alla giardiniera. Le paste sono tutte realizzate in casa: i tortelli di zucca sono serviti nella versione condita con salsiccia e pomodoro, mentre i bigoli con le sarde sono accompagnati da finocchietto e pinoli, a sottolineare la volontà della cuoca di introdurre elementi innovativi per differenziarsi dalle tendenze prevalenti. Cantina discreta. Con la bella stagione i tavoli si spostano all’aperto. Conto sui 50 euro per due portate e dolce.

Antica Locanda Bepa

Siamo nel pieno della Bassa, ai confini tra Mantovano e Veronese, in un’area caratterizzata dalla forte presenza di acqua. E proprio dall’acqua arriva la materia prima che principalmente caratterizza questo locale nato nel XIX secolo e ristrutturato da poco: il pesce di fiume. Siamo ancora in terra lombarda (per poche centinaia di metri) ma l’ispirazione della cucina è molto veronese: dalla selezione di salumi alla polenta e scopeton (la sardina salata che a lungo ha insaporito il desinare quotidiano) fino al musso, la carne d’asino che accompagna i maccheroni (tutta la pasta fresca è fatta in casa) ma che viene anche proposta sotto forma di stracotto. Pesci gatto, alborelle, anguille e rane sono presentati nei risotti e nell’invitante gran fritto. Carta dei vini ristretta ma con buone etichette. Conto leggero, tra i 30 e i 40 euro. Possibilità di pernottare.

Cavalier Saltini

Il cavalier Saltini, che nel 1970 fondò il locale, è stato anche sindaco di Pomponesco. Il ristorante – peraltro – è proprio accanto all’ingresso del municipio, sotto i portici della bella e ampia piazza che prosegue fino all’argine del Po. Entrare è come compiere un tuffo nel passato: atmosfera da vecchia osteria e piatti che vengono riproposti con la stessa cura anno dopo anno. Impossibile non partire dai salumi – in particolare la Spalla cotta di San Secondo – accompagnati dal lüadèl, il pane di prova che nelle corti di campagna un tempo saggiava la giusta temperatura del forno. Proseguendo, ecco i tortelli (di zucca o verdi), le tagliatelle con l’anatra, lo stracotto d’asino e le lumache in umido. Tra i dolci non manca la sbrisolona, In cantina non solo Lambrusco. Conto al di sotto di 50 euro.

Le Spigolatrici

È in una bella casa in mezzo alla campagna, circondata da un ampio giardino, che Antonella Mazzola propone una cucina di tradizione mantovana, eseguita rispettando le ricette originali e con adeguata cura nella scelta della materia prima e nella sua lavorazione. Fra i must del locale vanno senz’altro assaggiati l’insalata «dei Gonzaga» (petto di cappone sfilacciato con pinoli, uvetta e canditi), i tortelli di zucca (dal ripieno dolce e amaro al contempo) e terminare con uno stracotto o un roast beef. Irrinunciabile è – al momento dei dolci – la bignolata con zabaione. La cantina punta sulle etichette della zona, ma non mancano valide alternative. Gli ambienti, tante piccole salette, sono molto ordinati. Il servizio, curato dalla proprietaria, è assai gentile. Conto sui 40 euro.

L’Ambasciata

Da questo luogo – onusto di ricordi e di gloria – è passata la storia dell’alta ristorazione italiana. Da alcuni anni – archiviata la precedente gestione – L’Ambasciata (ora – lo si ripete per dovere di puntualizzazione – il locale si chiama così tout court, con l’articolo) è in mano a una coppia di soci, giovani e animati da grande passione. Dell’accoglienza e della gestione di tutta la struttura si occupa Paolo Guaragnella, mentre Matteo Ugolotti segue la cucina, guidando la brigata.

Quest’ultimo – che proprio qui si è fatto le ossa da ragazzo, prima di spiccare il volo per numerose esperienze che lo hanno visto protagonista in Danimarca prima e negli Stati Uniti poi – si propone con uno stile nel quale il gusto prevale sull’apparenza, la linearità sull’accumulo, e la sostanza sulla forma. La carta salvaguarda alcuni dei ‘piatti vessillo’ della casa, come la piccantina zuppetta di astice con salsiccia e fagioli borlotti, i giganteschi tortelli di zucca, e la sontuosa anatra muta all’arancia (tranciata al guéridon dall’impeccabile maître Marco Tamassia). Ma a queste affianca pietanze più contemporanee come i cannelloni verdi di coniglio con pomodorini e lemongrass e l’orata con bergamotto, zenzero e cavolo bianco. I dolci – in un tripudio di golosità – sono d’alta scuola e assolutamente imperdibili.

La cantina sta assumendo proporzioni importanti: si beve bene fra Italia e Francia, e a prezzi lodevolmente corretti. Il fascino dell’ambiente, fra specchi, tappeti, cristalli, pile di libri e argenti, continua a essere immutato. I menu degustazione sono offerti a 80, 85 e 90 euro. Se ne spende poco di più ordinando à la carte.

La Piana

Gilberto Farina ha aperto La Piana nel 1993. Da allora non ha mai tradito quell’amore per la cucina del territorio e per la tradizione lombarda che lo ha sempre animato. Ecco quindi che – accomodandosi in queste salette curate che trasudano attenzione e calore – ci si può abbandonare a un viaggio del (e nel) gusto senza eguali, anche perché qui l’attenzione alla qualità degli ingredienti è massima e le conoscenze tecniche nella loro lavorazione ci sono tutte. Ottimo è il risotto mantecato con radicchio rosso stufato e ragù d’anatra; goloso il lavarello spinato in graticola alle erbe aromatiche; imperdibile la cassoeula con polenta. La cantina è giustamente ricca. I prezzi di grande onestà: il menu degustazione è a 45 euro. Se ne spende poco di più con quattro piatti à la carte.

La Filanda

Nel centro del paese, in una casa arredata con sobrietà ed eleganza, ecco questa insegna che – nata quarant’anni fa – continua a essere un valido approdo per la sua buona cucina. Ora ai fornelli c’è Cristian Benvenuto che continua – nel solco paterno – a raccontare i sapori e i profumi della Sicilia, terra di origine della sua famiglia. E lo fa con piglio creativo e tecnica, esaltando le materie prime in piatti espressivi e solari che colpiscono nel segno. Ecco quindi la composizione «Un viaggio a Modico» (manzo, scampi e Melone di Paceco); la pasta mista con cavolfiore, broccoli, patate e vongole; e lo sgombro con arancia, indivia e verza. La cantina non difetta di buone bottiglie. Il servizio è cordiale. Menu da 60 a 150 euro. Sui 90 per tre piatti e un dolce.

Hotel de la Ville – Derby Grill

L’ultimo restyling – con ampliamento nella veranda – ha donato a questo storico locale un tocco di contemporaneità di gran classe. Firma la cucina Fabio Silva, cuoco di origine partenopea da anni eletto dai fratelli Nardi (raffinati proprietari della struttura) a responsabile della linea gastronomica. Accanto agli evergreen della tradizione, eseguiti a dovere – dal risotto alla monzese con luganega magra alla costoletta alla milanese, poco battuta e con doratura lenta nel burro chiarificato – due sono i menu degustazione (a 110 euro) che consentono allo chef di spaziare tra territorio e suggestioni campane. Tra le ultime proposte: salmerino alla brace con leche de tigre e asparagi; pasta e patate con provola e acciughe di Menaica. Servizio di classe, puntuale, attento ma non ossequioso. Cantina, e relativa lista, corposa soprattutto per le etichette del Belpaese. Alla carta in media 90 euro; la domenica ricco brunch a 65 euro.

Osteria l’Abbiccì

Locale di recente apertura ma garantito dalla solida fama nel mondo della ristorazione brianzola della famiglia Elli (lo gestisce il giovane Gabriele con la supervisione di papà Mauro, protagonista al Cantuccio, ad Albavilla). Il team mostra di essere dinamico, mentre la proposta di cucina si concentra sulla valorizzazione della materia prima. Cappesante arrostite con piselli, limone e salsa al corallo; bottoni di patate ripieni di formaggio zincarlin con agnello marinato e latte di capra; petto e coscia di faraona nostrana arrostita con salsa all’arancia e carciofi; «cioccolato e frutto della passione». Lista dei vini ben fatta ma ovviamente bisognosa di ulteriore crescita. Ambienti ariosi e luminosi. Menu degustazione a 70 euro; alla carta in media 60 per due portate salate e un dolce.

Pomiroeu

Dal 1993 l’antica cascina ottocentesca nel centro storico che ospitava il ‘pometo’, sapientemente riadattata in stile osteria di classe, conferma anno dopo anno di essere un luogo di alto piacere gastronomico.

Qui Giancarlo Morelli può esprimere tutta la creatività di una cucina d’autore, concettuale ma concreta, costantemente alla ricerca di nuove suggestioni secondo stagione. Il legame con la terra d’origine – la Bergamasca – è evidente nel reperimento di alcuni prodotti (esemplare in tal senso la selezione dei formaggi che si concentra sulle tipologie stracchino, che si ritrova anche nella farcia degli gnocchi di patate di montagna). Tra i piatti: pesce spada scottato con crema di patate profumata all’aglio e vongole; ravioli ripieni di moscardini in umido con morbido di polenta bianca; germano reale con carota alla cenere e fondo alla fava tonka. Grande attenzione anche ai piatti a base di ortaggi: barbabietola al cartoccio con fondo vegetale al ginepro e friggitelli; «mammole, composta di prugne agrodolce, pane al peperoncino». Sontuoso finale dolce con il gelato alla crema con marroni, panna morbida e meringa.

Da una lista poderosa vini per tutti i gusti conservati nella cantina sotterranea (visitabile). Servizio accurato, preciso e professionale, senza smancerie. Piccolo dehors. Menu degustazione «carta bianca» a 110 euro; alla carta tre portate in media 80 euro; da mercoledì a venerdì pranzo «italiano» di lavoro a 30 euro.

Bazzini

La trattoria Bazzini è uno storico indirizzo: sicuro approdo per gustare i sapori di queste terre, indivise fra la grande e grassa pianura sottostante e i picchi appenninici che si stagliano alle spalle. Qui sono il territorio e la tradizione a trionfare, in piatti seri e gustosi, preparati partendo da materie prime ben selezionate, che seguono il ritmo delle stagioni. D’altronde non potrebbe essere diversamente: fra queste mura fare ristorazione è ‘cosa seria’. E lo sa bene la famiglia Rezzani – Riccardo e sua moglie Mariella – che ha raccolto il testimone dalla famiglia Bazzini nel 2017, senza tradirne lo spirito e la solidità della proposta.

Così – per esempio – il risotto mantecato al burro e Parmigiano con tartufo bianco della Val Curone (ottimo e assai profumato) si dimostra essere un gioiello di perfezione. E altrettanto centrata e gustosa è pure la coscia di faraona arrosto con il suo ripieno, accompagnata da patate al forno e mostarda. Da non perdere – fra i classici maison – il cotechino in crosta di pasta brisée e il localissimo Bata lavar (ravioli di pasta fresca con sugo di brasato: una ricetta tipica di Canneto Pavese che ha ottenuto la De.Co.).

La carta dei vini non è ampia e punta tutto sulle etichette della zona, con una scelta ragionata e con prezzi corretti. Magnifica – nella bella stagione – è la terrazza che affaccia su una fuga di colline vitate. Assai onesto è il conto: circa 50 euro.

Prato Gaio

È una villetta in mezzo alle vigne – curata e linda – a dare il benvenuto agli ospiti che salgono fin quassù dalla Pianura per gustare una cucina legata al territorio, basata su materie prime di qualità e scandita dalla stagionalità. La mano in cucina è salda e, fra tagliolini allo zafferano con ragù di gallina; collo ripieno al fegato grasso con confettura di cipolle, lampone e rafano; e coscia d’anatra «in due cotture», il piacere e la soddisfazione sono assicurati. In cantina tanto Oltrepò. Servizio amabile. I tavoli all’aperto nella bella stagione sono proprio belli. Conto intorno a 50 euro.

Cascina Vittoria

In una cascina dell’Ottocento, restaurata con attenzione e finezza, trova spazio questo ristorante, gestito con passione dai fratelli Ricciardella (due in cucina, due in sala). La proposta, perlopiù carnivora (ma non mancano un paio di pietanze di pesce), è improntata alla qualità estrema della materia prima (acciughe del Mar Cantabrico; Wagyu…) e alla golosità, secondo canoni di tradizionalità rivisitata. Ecco i tortellini ripieni di Wagyu in brodo di carne; la bistecca di Wagyu alla brace con salsa orientale e shiso; il bollito misto con bagnetti e mostarda. Grandi i lievitati da forno, fra cui il magnifico panettone. La cantina accompagna con pregiate bottiglie. In estate si mangia nella bella corte interna. Presenti alcune camere per prolungare la sosta. Menu degustazione a 70, 95 e 160 euro (quest’ultimo dedicato al Wagyu). Alla carta si rimane sui 70.

Da Bassano

L’approccio è a prova di fiducia, piazzato com’è il locale al pian terreno di una palazzina anonima. Per fortuna Bassano Vailati, l’oste che vi attende dentro alla minuscola trattoria (solo venti coperti), parla la lingua di qui: senza tanti salamelecchi – per questo qualcuno lo giudica ruvido – ma con impressi i valori autentici della tipicità.

Lo si intuisce quando elenca il menu, se ne ha la certezza con l’arrivo in tavola delle prime golosità. Il salame è di quelli da segnare nel carnet. I nervetti di vitello con fagioli vanno anche oltre: tenerissimi, si sciolgono letteralmente in bocca. Un assaggio di Grana Padano stravecchio completa il giro dell’accoglienza e degli antipasti che a seconda delle stagioni si materializza anche nei loertis (i germogli del luppolo) con uova d’oca, i fiori di zucchina fritti o in frittata, l’insalata di gallina con cedro, uvetta, melograno e aceto balsamico Tra i primi imperdibili i tortelli della tradizione gastronomica cremasca (sono di pasta matta, cioè senza uova, e il ripieno prevede tredici ingredienti). Oppure zuppa di cipolle o, quando vi sono, cappellacci ripieni di pavone. Si prosegue con lingua in salsa verde; fegato grasso alla cremasca con purea di mele; piedini di maiale al pomodoro con cipolla, peperoncino e purè; faraona in umido con polenta; cappone lesso servito con mostarda. Si conclude con il monumentale gelato alla crema fatto al momento.

Servizio spartano ma dotto a cura dello stesso Bassano che sa consigliare anche sugli abbinamenti enoici (le bottiglie sono praticamente tutte esposte in sala). Dehors. Sui 60 euro per un pasto completo.

Osteria del Miglio 2.10

Il 2 ottobre è un giorno importante per i titolari di questo locale, al punto da avere inserito la data nell’insegna. Siamo in un borgo di campagna appena fuori Cremona, in un casale rustico con volte a botte e mattoni a vista. La cucina di Samuele Miglioli propone al meglio i classici del territorio: da un ricco assortimento di salumi (di suino e di oca) fino all’oca in casseruola con le verze, passando dai marubini ai tre brodi e dal timballo di riso con ragù di scottona e stracciatella. Non mancano proposte di pesce, sempre in base all’offerta del mercato e alla stagionalità dei prodotti. Molto profonda la carta dei vini, con referenze italiane ed estere. Servizio di grande cortesia e professionalità. A fronte di tutto questo, un conto più che onesto, con menu di terra a 50 euro e di acqua a 55.

Da Giacomo

Nella cinta muraria del paese, con tanto di porticato dove trovano posto i tavoli nella bella stagione, Giacomo Verdelli, cresciuto alla scuola di Franco Colombani al Sole di Maleo, tiene alto il vessillo della cucina lombarda non disdegnando incursioni (soprattutto per quanto riguarda il reperimento delle materie prime) in altri territori. Secondo stagione, i percorsi suggeriti di terra o acqua (60 euro per le classiche quattro portate) propongono: testina di vitello calda e fasùlin de l’öc; riccioli di mais Corvino e ragù di cinghiale selvatico; bottaggio d’oca; salmerino marinato alle erbe e pepe rosa; tortelli con farina di castagne e cacao ripieni di zucca; baccalà in umido con polenta di mais Corvino. Corposa cantina con predilezione per le bollicine di qualità. Alla carta circa 50 euro.

Trattoria Via Vai

Trattoria Via Vai è il luogo perfetto ove scoprire la cucina cremasca, in un’atmosfera calda e familiare. Stefano Fagioli, l’oste, accoglie gli ospiti con sorriso e passione, mentre la sua carta, declinata secondo stagione, celebra la tradizione locale.

Carni – quindi – con qualche concessione, durante i mesi estivi, ad alcune ricette classiche di stampo più mediterraneo (come una gustosa crema tiepida di ceci con seppioline spadellate e olio extravergine). Ma qui si viene soprattutto per gustare la sontuosa terrina d’anatra affumicata (un magnifico marbré in stile francese), la voluttuosa lingua salmistrata con la salsa verde, gli stupefacenti tortelli cremaschi (ripieni di amaretti, Grana Padano, uvetta, cedro, mentine e biscotti mostaccini) fatti con una sfoglia di pasta ‘matta’ (ovvero solo acqua e farina, senza uova), il succulento cosciotto d’anatra al forno con i funghi. Prima di passare agli ottimi dolci, di stampo casalingo, immancabile è un assaggio di formaggio Salva Cremasco.

La cantina, curata e ben assortita, è mastodontica, e soddisfa ogni esigenza. Il menu degustazione, centrato di volta in volta su un prodotto d’eccellenza (porcini, tartufo, fegato grasso…), muta una volta alla settimana. Alla carta ci si attesta sui 55 euro per una vera esperienza di gusto e autenticità

Osteria dello Strecciolo

Sull’angolo della via stretta (da cui Strecciolo) del centro storico del paese, i fratelli Redaelli hanno unito le forze per dare vita a un’insegna che sì, si chiama osteria, ma che ha le stigmate del ristorante contemporaneo di livello. C’è coerenza tra ambientazione in stile minimal elegante, precisione e cura del servizio, offerta gastronomica ed enoica (monstre la lista dei vini: suppergiù 1.500 etichette). La carta è varia, non ha rigidi schemi e prende spunti dalla tradizione italiana. Ecco dunque l’insieme ben riuscito tra carciofi, pane alle erbe e caviale; l’interpretazione piacevole del vitello tonnato; il gusto consistente dei plin ai tre arrosti serviti con il loro fondo di cottura. Tra i dolci, golosi sono i bomboloni caldi accompagnati da creme a vari gusti. Menu degustazione da 70 a 90 euro; alla carta in media 80; plauso per il pranzo di lavoro a 20 euro per due portare a scelta.

L’Ek Bistrot

Calato in città dall’insegna storica di famiglia – il San Gerolamo, a Vercurago – Luca Dell’Orto ha dato una scossa alla sonnacchiosa offerta gastronomica lecchese. Il locale ha l’aspetto di un bistrot minimalista e informale, ma sul piatto la qualità della proposta è decisamente più importante e avvincente. L’omaggio al lago è nella trota marinata servita con fagiolini e stracciatella (un filo di olio alle foglie di fico rende originale il piatto). Tra i primi ecco gli spaghetti freddi con gambero rosso ed essenza di pomodoro. Soprattutto cotture ai carboni e alla brace per i secondi, a base di pesce, carne e verdure (bistecca di cavolfiore al pepe verde). Vini scelti con cura e con predilezione per i vignaioli biologici e biodinamici. Conto equo: tre portate a 50 euro; menu degustazione di cinque portate a mano libera a 65 euro.

Antica Osteria del Cerreto

Immersa nella quiete della campagna lodigiana, l’Antica Osteria del Cerreto, ad Abbadia Cerreto, accoglie i suoi ospiti con un’atmosfera calda e familiare, in perfetta sintonia con le proprie radici storiche.

Qui la tradizione gastronomica trova espressione in una cucina di gusto, elegante e semplice al contempo, che esalta i sapori autentici del territorio. La carta, varia e ricca di proposte, spazia tra carne, pesce d’acqua dolce e una selezione di salumi ricercati, perfetti per aprire il pasto con una nota di raffinatezza rustica. Tra i piatti iconici, spicca il risotto «alla Vecchia Lodi»: un trionfo di aromi e sapori nel quale il riso, colorato dallo zafferano, incontra un ragù di salsiccia e pancetta, per poi essere completato dalla raspadüra di Granone Lodigiano. Quest’ultima – sottilissime sfoglie di formaggio, vero e proprio simbolo degli usi storici dei locali casari – aggiunge una consistenza leggera e un sapore unico al piatto.

La cantina, con eccellenti referenze, tra cui Franciacorta e Champagne, è ampia e con ricarichi contenuti. Il servizio di ottimo livello. Alla carta ci si attesta sui 55 euro, mentre i menu degustazione sono offerti a 40 e 60 euro.

La Coldana

Al ristorante La Coldana di Lodi, il cuoco Alessandro Proietti Refrigeri incanta con una cucina che fonde innovazione e senso etico. Esperienza internazionale e tradizione emergono in piatti come l’uovo «65 gradi alla carbonara», dove la pasta scompare lasciando protagonisti gli elementi essenziali del piatto. Il progetto «30 Km» privilegia i prodotti locali, esaltati nel vitellone in due servizi con animelle, funghi, polenta e cioccolato fondente. I dolci, firmati dalla pasticcera Giulia Seveso, uniscono golosità e originalità. La cantina, con settecento etichette, completa l’esperienza. Alla carta sui 100 euro.

Il Sole di Maleo

Al Sole di Maleo, insegna gestita dai fratelli Francesca e Mario Colombani, si respira la storia. E non solo perché le sale, con i grandi camini e gli arredi d’epoca, riportano indietro nel tempo. Ma perché qui ha officiato il grande Franco Colombani: sì eccelso cuoco ed esperto sommelier, ma soprattutto uomo di cultura straordinaria (fondatore di Linea Italia in Cucina). I fornelli sono ora affidati alla giovane Jessica Milani che reinterpreta con maestria le ricette lombarde tratte da Cucina d’Amore, il celebre ricettario del fondatore. Tra i piatti, la faraona con mele spicca per bontà, seguita dal galletto alla diavola e dalla scaloppa di storione. La cantina, invece, presenta margini di miglioramento. Bello il giardino. Belle le stanze ove eventualmente sostare per la notte. Il conto si aggira sui 60 euro. Per un’esperienza da provare!

Gran Caffè Liberty

In linea con il suo nome, si respira un’atmosfera quasi parigina in questo locale sotto i portici della piazza centrale del paese. Gino Di Girolamo ha scelto una linea basata essenzialmente sul pesce di mare (con un tocco di richiamo alla tradizione mantovana), premiata dalla risposta dei clienti, che apprezzano soprattutto le serate del venerdì, molto spesso animate da musica jazz dal vivo. Gli stessi portici e la piazza, con la sua grande fontana, nei mesi caldi ospitano i tavoli all’aperto. Tra i classici della cucina, il riso al nero di seppia con calamari e gamberi, la zuppa di pesce, i fritti e le crudità di mare; in carta, tuttavia, ogni mese vengono introdotti piatti nuovi, non solamente di pesce. La carta dei vini è ben fornita, soprattutto sul fronte dei bianchi e delle bollicine. Conto sui 50 euro.

La Chiusa

Locale lindo e confortevole, in campagna, vicino al fiume Chiese. La cucina, eseguita con cura e ottime conoscenze di base, parla delle tradizioni di questi luoghi, con una spiccata preferenza per il pesce d’acqua dolce che si ritrova in diversi piatti. Il persico reale – per esempio – è proposto su vellutata di sedano rapa con maionese allo scalogno, mentre il luccio è in salsa di peperoni e accompagnato da polenta. Ottimo anche le carni, di provenienza della macelleria Zani (Canneto sull’Oglio), come il brasato di manzo con purè di patate. La cantina non è ampia ma propone comunque alcune buone bottiglie. Il servizio è gentile. In inverno si mangia nella bella sala riscaldata da uno scoppiettante camino. In estate ci si trasferisce all’aperto. Prezzi molto onesti: meno di 40 euro per due piatti e un dolce.

Il Tartufo

In una defilata villetta moderna, circondata da un piccolo e curato giardino, si ‘nasconde’ questa insegna che, fondata oltre quarant’anni fa, ha attraversato il tempo e le gestioni tenendo fede alla propria vocazione primaria: il tartufo. Declinata secondo reperibilità e stagione nelle differenti varietà (bianco; bianchetto; nero; uncinato…) la trifola – perlopiù proveniente dalle zone golenali del Grande fiume (che scorre a poche centinaia di metri) – impreziosisce piatti come risotti, tagliatelle, ravioli, gnocchi. E quindi uova, tagliate, tartare e carré. Ma su tutto non bisogna mancare il piatto della casa: la «cipolla d’oro» ovvero ripiena di formaggio e farcita di tartufo. La cantina soddisfa ogni richiesta. In estate si mangia nella bella terrazza. Il conto parte da 50 euro.

Osteria da Diego

Funghi, tartufi e prodotti di stagione sono i capisaldi grazie ai quali Diego (in cucina) e la moglie Paola (in sala) hanno guadagnato in pochi anni un ampio seguito di clienti, nel loro locale sulla via principale di un paese particolarmente vocato per la buona tavola. Grazie a una non comune conoscenza della materia prima data dalle origini trentine per i funghi, e dalla vicinanza dell’Oltrepò mantovano per i tartufi, Diego propone di stagione in stagione pietanze come il risotto, le uova, i tagliolini, la tartare impreziositi dagli uni piuttosto che dagli altri. La stessa cura è assicurata nella selezione degli altri ingredienti, a cominciare dalle carni. Un capitolo a parte merita la passione per i vini, spesso scelti direttamente con visite alle aziende produttrici. Conto sui 60 euro per tre portate e il dolce, variabile in base al tartufo.

Dal Pescatore Santini

Ha appena tagliato il traguardo dei cento anni l’insegna della famiglia Santini. E lo fa con quella profondità e quella leggerezza, con quel carisma e quell’impegno che hanno sempre animato il lavoro di Antonio e Nadia prima, e dei loro figli Giovanni e Alberto adesso. Magnifico archetipo del relais di campagna, Dal Pescatore vive in un’aura di sublime armonia: qui è il ‘classico’, inteso – direbbe Benedetto Croce – come «elemento perenne e vitale», a incidere sul presente e a segnare la via del futuro. E che sia così lo dimostrano le scelte della nuova generazione che, creando l’adiacente azienda agricola Cascina Runate (nella quale è attivamente impegnata Valentina, moglie di Giovanni), ha reso quasi indipendente la cucina del ristorante. Dai campi circostanti giungono prodotti non solo buoni ma sani («perché questa pensiamo sia la via che si debba percorrere», chiosano i due fratelli) che concorrono a creare piatti nei quali la storia mantovana incrocia – secondo stagione – profumi e sapori più latamente italiani, all’insegna di magistrale leggerezza e immediatezza, e di una rigorosa cura del dettaglio tesa a cesellare aromi e gusti.

Ecco quindi che agli imperdibili agnoli in brodo di gallina si affianca ora il fegato di scottona «dai pascoli di Cascina Runate» con funghi porcini; all’anguilla alla griglia con radicchio dell’orto fa seguito il piccione in casseruola al profumo di timo e limone; e al branzino con salsa agli agrumi si succede lo stracotto di cappello da prete di scottona «dai pascoli di Cascina Runate» con polenta gialla di Storo.

La cantina – vasta e profonda – raccoglie il meglio della produzione italiana e francese, con interessanti focus su altre zone vinicole del mondo. Il servizio rasenta la perfezione, in un’atmosfera sublime che ammalia e rapisce. Menu a 210 e 290 euro. Sui 240 à la carte.

Trattoria Stazione

Castel d’Ario è la patria, oltre che di Tazio Nuvolari, del riso ‘alla pilota’, ovvero sgranato e condito con pesto di maiale alla maniera tramandata dai braccianti delle pile, gli stabilimenti che lavoravano il riso. Trattoria Stazione continua a proporlo, mantenendo anche la tradizione dell’eventuale aggiunta (secondo il desiderio dell’ospite) del puntel, cioè costine o braciola di maiale. Marcello Travenzoli (che ha dato una svolta a questo locale che dal 1968 sta di fronte alla stazione ferroviaria) sta puntando sul concetto di filiera chiusa e virtuosa: moltissime materie prime sono autoprodotte: dalla carne bovina al riso semi-integrale, oppure provengono da artigiani locali. Non manca una produzione propria di vino, in una carta interamente composta da etichette naturali di piccoli produttori. Conto a partire da 44 euro per tre portate e un dolce.

Hotel Castellucchio – Il Gelso Nero

Il Gelso Nero è la punta di diamante delle quattro attività gestite da Faruk ‘Fabio’ Neziri con la sua famiglia: l’elegante ristorante è affiancato da albergo, pizzeria e bar. Nei piatti lo chef condensa le esperienze accumulate in giro per il mondo nel corso degli anni, tenendo come linee guida l’utilizzo di materie prime d’eccellenza e un tocco artistico nella composizione. In carta i classici mantovani rivisitati (i tortelli di zucca sono fritti nel burro chiarificato) come i semplici ma gustosissimi spaghetti al pomodoro e basilico. E poi anche cappesante avvolte da speck d’anatra con quenelle di patata dolce, acetosella e grattata di arancia. Carta dei vini con oltre duecento etichette. Menu di sei portate a 75 euro, e di nove portate a 125 euro; à la carte da 80 euro per tre corse e un dolce.

Hostaria del Teatro

Claudio Truzzi in cucina ha idee ben precise e le esprime chiaramente con le parole e con i fatti. Bresciano della Val Sabbia, con una formazione che lo ha portato in prestigiose case d’Oltralpe, dal 2006 propone – in una sala di un antico palazzo – una cucina legata al territorio circostante, con un’impronta francese che appare evidente anche dalla studiata selezione dei vini. L’offerta asseconda le stagioni, come per l’autunnale risotto con duxelle di funghi, castagne e polvere di cavolo nero, ma non manca – per esempio – un più tradizionale trancio di baccalà alla vicentina. Il pane fatto in casa e una interessante scelta di formaggi completa l’offerta. A dirigere il servizio è Elena, moglie di Claudio. Menu degustazione a 80 e 85 euro; alla carta 98 euro per tre portate e dolce.

Hostaria Viola

La famiglia Viola è da più di un secolo nel mondo della ristorazione, e ha sempre cercato di valorizzare i piatti mantovani. Dal 1979 l’attività si è insediata in un’accogliente locale appena fuori dal centro di Castiglione delle Stiviere: la proposta della cucina parte dai salumi per proseguire con il suo vero punto di forza: le paste ripiene. Proprio per poterle fare sperimentare tutte è stato rispolverato il «tris» che accomuna tortelli di zucca, tortelli amari all’erba di San Pietro e agnolini di carne (al burro e salvia o in brodo). A seguire: luccio in salsa con polenta, ma anche manzo all’olio, omaggio alla vicina terra bresciana. Dolci in linea con la tradizione, a partire dalla sbrisolona con ricetta di famiglia. Bei vini. Conto leggero: da 50 euro per tre portate e un dolce.

Osteria da Pietro

Giampietro Ferri e la moglie Fabiana da anni sono un punto di riferimento nella ristorazione dell’Alto mantovano. Nel loro locale, nel centro di Castiglione delle Stiviere, nato dal recupero di un palazzo storico, propongono piatti principalmente ispirati alla tradizione virgiliana, senza tralasciare l’uso di prodotti di qualità di altre provenienze, a partire dal vicino Garda. In carta proposte sia di carne sia di pesce: tra gli antipasti si trova l’insalata di gallina con pinoli, uvetta e mostarda di mele, ispirato al cappone ‘alla Stefani’ di gonzaghesca memoria, e la ‘mantovanità’ emerge anche con i tortelli di zucca con Grana Padano, burro fuso e semi di zucca fermentati. Da non perdere la torta di rose con zabaione. Carta dei vini ben studiata, con molte etichette francesi. Da 80 euro per tre portate e dolce.

Locanda delle Grazie

A due passi dal celebre santuario, che a Ferragosto si riempie dei colori dei madonnari, questo luogo si conferma indirizzo affidabile per gustare i piatti della tradizione mantovana. In apertura non mancano i salumi, ma compare anche l’insalata di cappone, ispirata a una ricetta secentesca di Bartolomeo Stefani, cuoco di casa Gonzaga. Agnoli in brodo; tortelli di zucca; bigoli con le sardelle e riso ‘alla pilota’ (condito con pesto di maiale) predominano tra i primi, per essere seguiti magari dal luccio in salsa piuttosto che dal cotechino, assoluto protagonista proprio dell’Antichissima Fiera di Ferragosto. Radicata nel territorio anche la proposta dei dolci, a partire dalla sbrisolona. Carta dei vini con buona presenza di etichette locali. Gradevole spazio estivo all’aperto. Da 45 euro per tre portate e un dolce.

Moscatello & Mulinër

A due passi dal Lago di Garda questa insegna, nata come agriturismo, è ora un bel relais (con camere) nonché un luogo di delizie gastronomiche gestito da una coppia. Ai fornelli opera un team giovane, guidato da Andrea Feder. La proposta è ambiziosa, con piatti elencati in carta in base all’ingrediente principale: tra gli antipasti, ecco «orto» (vegetali in varie consistenze) e anche «piccione» (petto, coscia, pâté, erbette, mais, polline e amarene). Agli spaghettoni al Bagòss si aggiungono struzzo, fave e menta; mentre il risotto è con limone, ostriche e capperi. La fantasia domina anche tra i secondi e i dolci. Cantina con oltre centossessanta etichette, tra cui un rosso prodotto in casa. Conto a partire da 75 euro per tre portate e un dolce; menu degustazione a 60, 70 e 80 euro.

Leon d’Oro

La locanda Leon d’Oro è uno storico indirizzo della Bassa bresciana, da decenni ormai simbolo e tappa di raffinatezza e di grande cucina. L’insegna, che si trova nel centro del paese, in un’antica casa nobiliare restaurata con gusto estremo, grandissima attenzione ai dettagli e impreziosita da mobili di alto antiquariato, è nota per la sua proposta improntata a un classicismo ricco e senza tempo. I piatti, fra carne e pesce, sublimano un’idea gastronomica capace di mediare le ricette locali con spunti più mediterranei e influssi francesi. Ecco quindi la tagliata di petto d’anatra con arancia amara, jus all’Armagnac, rucola e pepe verde; l’astice al peperoncino con crema di scampi, panna acida e verdure; lo storione «gratin con battuto mediterraneo». La cantina è ricchissima. Il servizio è curato dai proprietari, i fratelli Martini. Menu a 110 euro. Come alla carta. Presente una raffinatissima suite per prolungare la sosta.

Il Colmetto

Là dove i vigneti della Franciacorta lasciano il posto ai prati e ai campi di mais, l’azienda agricola Il Colmetto ha diversificato le attività aprendosi alla ristorazione agrituristica con un progetto studiato nei minimi dettagli a partire proprio dalla produzione agricola (allevamenti e coltivazioni) e sposando senza mezzi termini il modello della sostenibilità anche nell’ambientazione moderna minimal-elegante senza falsi richiami alla tradizione contadina.

Mentore della cucina è Riccardo Scalvinoni, cuoco bresciano di talento che ha nel proprio Dna professionale un approccio in piena sintonia con la filosofia agro-gourmet di questo luogo. Capisaldi sono i lievitati (Riccardo proviene da una famiglia di fornai), l’uso integrale degli ingredienti con largo utilizzo dei vegetali, la predilezione per le cotture alla brace sulla grande griglia posta sul retro della cucina. Da una carta che varia settimanalmente seguendo millimetricamente la stagionalità si fanno ricordare: steak tartara di rapa; trevisano tardivo e pinoli; verza alla brace e Parmigiano; pasta lunga con erbe e tarassaco; pollo al mattone; coniglio arrosto e trombette dei morti; animella alla brace. Tra i dolci memorabile – a dimostrazione della bravura nei lievitati – la torta di rose.

La lista dei vini predilige le etichette biologiche, soprattutto del territorio lombardo ma non solo. Vari i percorsi di degustazione: da 65 a 100 euro (una dozzina di passaggi); alla carta in media 60; a pranzo – nei feriali – sequenza di antipasti vegetali e una portata principale a 25 euro.

Locanda del Benaco

Gianni Briarava ha legato a lungo il suo nome Alle Rose, storica trattoria nel centro del paese. Da alcuni anni si è trasferito sul lungolago dove ha dato vita alla Locanda del Benaco: ai piani superiori camere (poche) dal design moderno e funzionale; davanti alla passeggiata la sala dedicata alla ristorazione dotata di dehors. Cucina molto ben eseguita nei fondamentali del gusto, soprattutto nei piatti della tradizione lacustre (filetti di persico dorati; luccio ‘in consa’) e nei classici senza tempo (tagliolini ai funghi porcini; capretto con polenta). Completano l’offerta proposte più contemporanee come il calamaro ripieno di gamberi; la calamarata con cozze e salicornia; la pluma di maialino nero con patate. Coinvolgente la selezione dei vini e il servizio di abbinamento al calice appannaggio di Federico, ora stabilmente a fianco del padre. Menu degustazione a richiesta a 70 euro; alla carta 65.

Il Cantuccio

Approdo gastronomico di sicuro affidamento dell’alta Brianza. Protagonista Mauro Elli, chef di solida formazione classica. Per l’accoglienza ci si ispira ai valori del calore di casa, mentre in cucina il faro conduttore è la ricerca dell’armonia del gusto che nasce dall’unione tra le cucine regionali della Penisola (fusion sì, ma all’italiana). Ecco dunque le mazzancolle rosolate con crema di ceci e crumble «saporito»; il risotto mantecato con Seirass, polvere di ribes e aceto balsamico; la ricciola (servita a cubi, con cuore ‘cotto-non-cotto’) in crosta di semi di zucca, salsa ai pomodori gialli ed erbette. Chiusura in dolcezza con la tarte tatin di mele con spuma al Calvados e gelato al dulce de leche. Selezione dei vini accurata e conto che, per un pasto completo, si aggira sui 100 euro.

Ca’ Mia

È il piccolo Lago di Alserio, uno dei bacini della Brianza, a vegliare sull’insegna della famiglia Tanzi: una curata villetta con un bel giardino (dove si mangia nella stagione calda). All’interno accolgono, senza inutili sfarzi, salette linde e confortevoli, alcune con antiche travi a vista al soffitto e camino.

La cucina, in mano al giovane Simone (spesso coadiuvato dalla madre; mentre il padre e il fratello si occupano della sala), che con energia sprizza passione e capacità, forte anche di un buon bagaglio di esperienze maturato in Italia e all’estero, si esprime attraverso l’interpretazione delle materie prime, in modo diretto più che tecnico, ed essenziale più che barocco. C’è creatività nella proposta ma i piatti non appaiono esasperati da molteplici tendenze gustative; appaiono piuttosto tratteggiati con grazia secondo un canone di profumi e sapori calibrato e ampio. Ecco quindi le gustose rane, sposate a cavolo nero e lievito; l’invitante orzo con beurre blanc, testina e aglio nero; e il pesce siluro con Mortadella e limone nero. Svetta, per un tuffo nella sontuosità più francese, il pâté en croute: ricetta appresa dal cuoco durante i tre anni passati a Vonnas, alla corte di Georges Blanc.

La cantina, seppur non vastissima, raccoglie un ottimo novero di etichette, offerte con ricarichi più che corretti. Il servizio è attento e familiare al contempo. I prezzi sono assai onesti: i menu degustazione vanno da 55 (vegetariano) a 95 euro (nove portate a mano libera). Se ne spende all’incirca 70 per due portate e un dolce.

Il Portico

Paolo Lopriore è un autore di cucina contemporanea dalla personalità unica. Non solo per la sua monumentale capacità di lavorare la materia, ma anche per il suo granitico pensiero critico – e autocritico – sul tema della ristorazione contemporanea. Ora, dunque, a Il Portico, curiosamente sottotitolato «ristorante v.ro» – cioè vero –, ci si imbatte in una proposta fortemente divisiva: chi l’adora, e chi la rifugge, a partire dallo svolgimento fino alla scelta degli ingredienti.

Un foglio di carta con la proposta del giorno: quella è, piace o non piace, e quella si ha. Ogni portata composta da diversi ‘pezzi’ accostati sul tavolo che si devono assemblare a piacere: ognuno realizzato come corpo solido e definito, ognuno parte di una rappresentazione ‘partecipativa’ che ricorda un po’ un certo teatro degli anni Ottanta, nel quale lo spettatore era chiamato a intervenire nella pièce: e qui tocca mettere le mani nelle tazzine, nei piattini, nelle ovaline e nei bicchierini dai quali pescare per assemblare la porzione, a proprio gusto o con casualità. Impossibile trovare una ricorrenza nel menu: si può essere sbalzati da un manzo alla Robespierre al famoso «uovo all’uovo cacio e pepe», quello sì sempre in linea. Indispensabile – quindi – arrendersi alla linea espressiva dello chef per portare a casa il meglio.

Carta dei vini brevissima. Servizio lesto. Si spende 55 euro.

Hotel Villa Serbelloni – Mistral

Il Grand Hotel Villa Serbelloni è da oltre un secolo e mezzo il riferimento di villeggiatura per gli appassionati del bien vivre e del lusso. Il ristorante interno, da lustri affidato alle mani volitive dello chef Ettore Bocchia, ne è risorsa fulgida e risplendente anche di luce propria.

Della cucina molecolare di cui Bocchia fu profeta con i suoi manifesti culinari resta il rigore estremo nella scelta degli ingredienti e nella loro trasformazione, che deve prima di tutto omaggiarne l’integrità. Parliamo di materie prime situate ai vertici della loro categoria a tutte le latitudini: che siano i crostacei, i molluschi, le ostriche, i pesci, tutti di pezzatura fuori dal comune e di qualità adamantina; che sia con i vegetali, selezionati da produttori che lavorano in esclusiva con programmi di fornitura garantiti; che sia con le carni – anche selvatiche – reperite ovunque si possa andare oltre l’ordinario. Ciò prende forma in piatti come il foie gras etico, ottenuto senza gavage, piuttosto che una formidabile riedizione del savarin di Mirella Cantarelli, pietanza a lei chiaramente dedicata.

Inebriante la veduta delle acque del Lario dalla terrazza, almeno quanto la cantina, ricca di titoli e annate da capogiro. Il servizio in guanti bianchi prevede ampi interventi al guéridon, con l’accompagnamento del ‘piano umano’ in sala. Da rimarcare la disponibilità assoluta alle richieste dell’ospite, che può scegliere tra la degustazione di sette portate dello chef e una carta assai ampia, ma anche chiedere special a non finire. Conto a partire da 180 euro.

Casa Perrotta

Come in casa, come in famiglia. I fratelli Perrotta, casertani d’origine, hanno unito le forze in un via defilata dal bailamme del lungolago. La sobria ambientazione in stile minimal-soft (giocata sul bianco-nero) agevola la concentrazione sul valore della cucina.

Unendo l’imprinting alle esperienze accumulate negli anni di apprendistato – soprattutto quelle del periodo toscano – Sossio e Daniele hanno sviluppato un modello personale, teso a ricercare l’equilibrio e l’armonia del gusto senza eccessi e forzature: stile contemporaneo-confortevole – quindi – che si avvale di materie prime selezionate con cura, ed elaborate con sapienza tecnica. Un percorso misto tra i menu degustazione «Costiera» e «Toscana»: ostrica fritta con scarola alla napoletana e polvere di olive nere; tartare di Chianina tiepida leggermente affumicata con cipolla di Certaldo candita; tortelli ripieni di maialino in porchetta con fonduta di Pecorino delle Crete Senesi; carpaccio di orata marinata e gelatina di limoni di Sorrento; faraona arrostita con il suo fondo e carota al timo; calamaro ripieno con crema di zucchine alla scapece e cialda di riso alle alghe.

Servizio in tono con ambientazione e proposta gastronomica: professionale quanto basta per sentirsi comunque in famiglia. Selezione dei vini centrata sulle etichette campane con possibilità di abbinamento a calice. Quattro i percorsi degustazione, a partire da 55 euro («Sorpresa», di quattro portate) per arrivare a 80 (anche vegetariano), per un rapporto qualità-prezzo eccellente. Alla carta in media 75.

Materia

Meritava, di certo, un palcoscenico migliore, la cucina di Davide Caranchini. Dopo alcuni anni trascorsi alla ricerca della giusta soluzione, il trasferimento è stato portato a termine. La nuova casa di Caranchini è alle porte di Cernobbio e ha ben altro respiro, rispetto alla sacrificata sede precedente. Due ampie sale ospitano tavoli ben distanziati; l’arredo è moderno, il colpo d’occhio dominato da due pareti interamente affrescate.

La struttura del menu – invece – è rimasta uguale: durante la stagione invernale le luci della ribalta sono per il percorso di selvaggina, ma il miglior modo per misurare la concentrazione di idee di uno dei cuochi più innovativi d’Italia, la sua profonda conoscenza delle materie prime, l’abilità nell’applicazione di un larghissimo ventaglio di tecniche, è il menu «Revolution Revival», declinato in cinque, sette o nove pietanze. Chi invece desidera scegliere à la carte viene conquistato da bocconi non meno appaganti e sorprendenti come «sgombro teriyaki, emulsione di ostriche e verdure marinate», «risotto affumicato, betulla, olivello spinoso», piccione allo spiedo con sedano rapa e cavolo rosso.

La carta dei vini presenta un’offerta ad ampio raggio. In sala, brilla il sorriso contagioso della compagna di Caranchini, Ambra Sberna. Menu degustazione «Green Power» a 110 euro; menu «Revolution Revival» da 110 a 150 euro; alla carta intorno a 100. Business lunch da mercoledì a venerdì: due piatti più semplici a 25 euro – per sfiorare, al volo – la mano di un grande chef.

Feel

In un’atmosfera elegante e intima, Feel propone una cucina che è un’ode al territorio. Ai fornelli Federico Beretta (affiancato in sala dalla sommelier Elisa Forlanelli: solo sei tavoli, per un totale di sedici coperti) si distingue per l’uso di ingredienti il più possibile locali, spesso selvatici, capaci di raccontare la storia della terra lariana, affascinante nella sua biodiversità. Una «cucina di prossimità», in grado di tradurre i sentori della natura circostante, esprimendoli in modo personale. Ne deriva un connubio fra tradizione e gentile sperimentazione, assai piacevole da assaporare in piatti come le linguine al carpione (con agone affumicato e aneto), nelle quali la ricercatezza di abbinamento e preparazione esalta la semplicità iniziale della materia prima. Possibilità di scegliere alla carta: due piatti a 65 euro, tre piatti a 90 euro; mentre 120 se ne spende con il menu degustazione.

Hotel Sheraton Lake Como – Kitchen

Indirizzo di grande raffinatezza ed eleganza, immerso nel curatissimo parco (dove si mangia in estate) di un albergo di lusso. La cucina, in mano a un cuoco giovane ma assai capace, Andrea Casali, si muove in un’aura di contemporaneo classicismo, fra ricette che si rifanno latamente alla tradizione regionale italiana (per esempio i ravioli «genovese» con consommé di cipolle e aneto, piuttosto che gli spaghettoni all’amatriciana di mare con caviale e basilico) e creazioni più personali, come la composizione di cervo, barbabietola e ribes. Sia in un caso che nell’altro non mancano definizione dei dettagli, eleganza nella presentazione e – soprattutto – centralità del gusto. La cantina è ricca e a prezzi adeguati al contesto. Il servizio è eccellente. Tre i menu – di cui uno vegetariano – offerti a prezzi che vanno da 115 a 170 euro. Ci si attesta sui 135 euro per un pasto completo à la carte.

Osteria La Lanterna

Cressogno è la frazione ‘a lago’ del comune di Valsolda, ultimo baluardo italiano prima del confine con il Canton Ticino. Secondo stagione ci si accomoda in terrazza o in intime salette: in ogni caso con vista su lago e montagne. La cucina di Pamela Paredi è di amorevole impegno e cura, improntata sulla stagionalità delle materie prime reperite nel territorio. Dalle acque dolci ecco gli agoni marinati serviti con patate novelle e robiola alle erbe, e quindi la trota affumicata in casa che entra in vari piatti. Dagli allevamenti locali le carni e i latticini con privilegio per quelli di capra: la ricotta è la base per gli gnocchi serviti su pesto di erbe spontanee. Buoni dolci ma è tentatrice l’alternativa dei formaggi. Due i menu degustazione: a 40 e 50 euro; poco di più per un percorso completo alla carta.

La Fortuna

Senza dimenticare tradizioni e radici, la famiglia Mariani ha trasformato la propria storica insegna da trattoria-pizzeria in ristorante gourmet d’impronta contemporanea. Cucina dinamica, sempre in movimento, firmata da Simone Livraghi che propone piatti autoriali come il sashimi di Fassona e lardo con senape al miele e caviale d’aringa; il tonno rosso con ceviche, Cipolla rossa di Tropea e limone; il risotto mantecato «come un pizzocchero»; lo stinco d’agnello del Galles confit agli agrumi con patata mantecata. Dalla brace fiorentine e bistecche con osso ben frollate. Originale e interessante è la lista dei vini, ricca di etichette di ricerca, non scontate. Percorsi di degustazione a partire da 60 euro (e c’è pure lo chef’s table). Alla carta sui 55.

Locanda degli Artisti

Una breve deviazione dalla strada che collega Cremona a Mantova porta a un piccolo borgo, ove si trova questa insegna dagli ambienti di rustica eleganza. La famiglia Carboni (che vanta una lunga storia nel mondo della ristorazione) sa proporre i piatti di tradizione locale – ma non solo – anche con qualche tocco di creatività: fondamentale è sempre la qualità delle materie prime. Ecco, allora, che agli immancabili salumi si possono affiancare le code di gamberi al dolce piccante, mentre i risotti possono insaporirsi con rapa rossa e gocce di liquerizia piuttosto che con cremosi formaggi lombardi. Scelta tra terra e mare anche tra i secondi. Carta dei vini con quasi quattrocento etichette. Menu degustazione a 45 euro, alla carta da 50 euro per tre portate e un dolce.

Osteria de l’Umbreleér

Diego Luccini e sua figlia Francesca conducono con passione questa insegna, posta sulla strada che da Cremona porta a Mantova, che nel corso delle generazioni si è trasformata da osteria a ristorante arredato in stile classico, mantenendo saldo il legame con la tradizione del territorio. La cucina procede anche oltre i piatti locali, spaziando da un’oculata selezione di salumi ai marubini in brodo e ai tortelli di zucca per arrivare a un saporito risotto al piccione, fino all’anatra confit all’arancia, con naturale abbinamento a mostarda cremonese. Non mancano proposte di pesce e di carne alla griglia. Una menzione particolare merita la cantina, affidata al sommelier Dante Cerioli, prodigo di consigli. Conto a partire da 60 euro per tre portate e dolce.

Gabbiano 1983

Situata nella piazza principale di Corte de’ Cortesi, questa insegna è un punto di riferimento di buona cucina dal 1983. Il locale è oggi gestito dai figli del fondatore, Gianni Fontana: Andrea si occupa della sala, mentre Elena dirige la squadra ai fornelli con passione e competenza. Le ricette lombarde dominano la carta, con l’oca come protagonista. La scaloppa di foie gras e la coscia di oca con castagne sono piatti imperdibili, mentre i bolliti, serviti con salse cremonesi e mostarde casalinghe, sorprendono per la loro qualità. La cantina, che vanta circa cinquecento etichette, spazia dall’Italia alla Francia. Il conto si attesta intorno a 55 euro.

Botero

Questo ristorante, posto all’interno di un settecentesco palazzo, vanta una storia ormai ventennale. La cucina, orchestrata con maestria da Lorenzo Adobati, che ben si muove fra tradizione e modernità, propone piatti che sono un inno alla semplicità e al gusto, senza inutili fronzoli. I piatti seguono il ritmo delle stagioni, garantendo freschezza e varietà: il lampredotto di Fassona piemontese – per esempio –, accompagnato da fagioli ed erbette su pinsa croccante, è un’esplosione di sapori autentici. Altrettanto delizioso è il petto di anatra glassato, servito con cime di rapa e soffice di patata. La sala, guidata da Marco Ferani, offre un servizio empatico e cordiale, mentre la carta dei vini è varia, pensata per soddisfare ogni esigenza di palato e di portafoglio. Con un conto sui 60 euro, il Botero è un rifugio per gli amanti della buona cucina che cercano un’esperienza raffinata e soddisfacente.

Caffè La Crepa

La famiglia Malinverno ha fatto di questo locale, affacciato sulla bella piazza gonzaghesca, uno scrigno dei tesori della ricca tradizione gastronomica di una terra ai confini tra Cremonese e Mantovano. Imprescindibili, allora, i salumi con la giardiniera. Se dal territorio virgiliano arrivano il riso ‘alla pilota’, i tortelli amaro all’erba di San Pietro e l’insalata di faraona ‘alla Stefani’, la provincia dei violini risponde con i marubini ai tre brodi e il luccio in salsa isolana. Non manca una personale interpretazione delle lumache in una carta che asseconda la stagionalità dei prodotti. Tra i dolci, da segnalare le proposte di gelateria, legata all’origine dell’attività. Molto personale e puntata sulle etichette biologiche e naturali è la carta dei vini, suddivisa in base alle regioni, sia italiane sia francesi. Menu a 60 euro; più o meno la stessa cifra à la carte.

Trattoria dell’Alba

Trattoria dell’Alba è un indirizzo del cuore: uno di quei luoghi dove ci reca con la sicurezza di mangiare bene e, soprattutto, di stare bene. D’altronde è un’insegna storica: è dal 1850 che, di generazione in generazione, qui si sono tramandate ricette e usi di cucina. Ora sono i fratelli Omar (in sala) e Ubaldo (ai fornelli) Bertoletti a condurre le danze. In un susseguirsi di pietanze che, secondo stagione, raccontano di lumache in umido, marubini ai brodi, tortelli «delicati di zucca al soffritto di pomodoro dolce», cosce d’anatra all’arancia cotte sotto la cenere… Da non perdere, in chiusura, la locale versione della zuppa inglese. Importanti selezioni di salumi e formaggi. Cantina imponente, ricca di annate storiche, anche francesi. Poco più di 50 euro il conto, per un pasto completo.

Osteria Zia Gabri

È un indirizzo già da tempo noto ai gourmet Osteria zia Gabri, curato locale posto in centro città. Ma, da un anno ormai, l’offerta è ancora migliorata: in cucina adesso officia Aldo Fornasari, giovane e valente cuoco che, dopo importanti esperienze fatte alla somma Antica Corona Reale (Cervere), alla corte di Gian Piero Vivalda, ha per anni guidato la brigata dell’affascinante Hotel Ladinia, a Corvara in Badia.

La proposta, come nello stile dello chef, è improntata a gusto e sostanza, non scevri di eleganza e di raffinati tocchi creativi. Non sono però questi – per fortuna! – a guidare il senso dei piatti che invece marciano sicuri in un’aura di perfetta definizione di aromi e sapori di cadenza neoclassica. Alla carta, lodevolmente ristretta, si affiancano alcune pietanze del giorno così, fra carne e pesce, ci si può muovere fra un superbo risotto con Brillat-Savarin, burro al fico e fichi alla brace e una soave trota bianca con ajo blanco, sedano, olive, capperi canditi e semi tostati. E fra delle lumache in umido con salsa al Franciacorta, olio al prezzemolo, caviale di trota e croccante alla bourguignonne e dei ravioli di finanziera di capretto in brodo di carciofi.

La cantina raccoglie un ottimo novero di bottiglie, non solo locali. Il servizio è attento e informale. Molto convenienti i menu degustazione, di tre, cinque o sette portate, offerti rispettivamente a 35, 45 e 55 euro (eventualmente con vini abbinati). Poco più di 40 euro se invece si ordina à la carte.

La Madia

L’atmosfera ha mantenuto le caratteristiche da trattoria di paese – nei dettagli si colgono però applicazione e studio – ma la cucina negli anni si è evoluta confermando l’ideale che da sempre la ispira: interpretare la territorialità senza fermarsi alla esclusiva tipicità delle ricette. Protagonista è Michele Valotti, rigoroso e coerente interprete di un ‘modello gastronomico’ sintetizzato nel suo «manifesto di cucina viva». Profonda la conoscenza della materia prima e l’uso delle fermentazioni dei vegetali: cavolfiore allo spiedo; «aglio orsino, burro e fiori»; «riso, alghe, rapanelli»; «trota, erbe amare, semi di zucca». Identità e scelte personali anche nella selezione dei vini che esplora il mondo dell’enologia artigiana. Solo menu degustazione: 50 o 60 euro, per sette o dieci portate.

Trattoria Zanella

Il banco con la macchina del caffè; la boiserie alle pareti; le solide sedie in legno… Il tempo sembra essersi fermato a qualche decennio fa in questo locale di paese, semplice e sincero, gestito tutto al femminile. Qui si mangiano i piatti della tradizione locale, eseguiti in modo casalingo (le ricette sono quelle di famiglia, tramandate di generazione in generazione), badando alla sostanza più che alla forma. Ecco quindi, secondo stagione, la lingua con salsa verde, i tortelli di zucca, le tagliatelle ai porcini, la tagliata di storione, il bollito misto. Vini regionali in cantina. E tanta allegra familiarità nel servizio. Per un conto che, onestissimo, difficilmente supera i 40 euro.

Gambero

Calvisano, piccolo borgo della Bassa bresciana, si è fatto conoscere per insegne che parlano di pesce. Un Gambero, inteso come ristorante, e tanti storioni, quelli allevati dall’Agroittica, la più grande realtà italiana di produzione di caviale. A vantare la storia più consolidata è comunque il ristorante che la famiglia Gavazzi gestisce sin dal 1854, sempre nello stesso antico palazzo nel centro del paese (il nome dell’insegna evoca i gamberi del torrente Saugo, rio che in passato tagliava in due l’abitato).

È Antonio, detto Gino (quinta generazione della famiglia), ad accogliere gli ospiti, in modo professionale e familiare al contempo, in ambienti di grande eleganza, e a dirigere un servizio accurato e sorridente. Mentre sua moglie Paola, avendo raccolto il testimone dalla fenomenale mamma Edvige, segue i fornelli. Cucina di gran gusto e piacere la sua: solida e raffinata al tempo stesso, d’esperienza su basi lombarde con escursioni calibrate e mai astruse tra materie prime di grande qualità provenienti da altri territori. Alto tasso di golosità per filetto di barbina crudo al coltello con fegato d’oca e tartufo nero; per i risotti abbinati e mantecati secondo stagione e mercato (eccellente quello «d’amare»: con crostacei crudi e la loro bisque); per il fantastico capretto al forno servito con la polenta e le sue frattaglie. Buoni formaggi, soprattutto locali (il Bagòss è al top), e dolci irresistibili, crema di zabaione in testa.

Cantina molto ben fornita ricca anche in profondità di annate (i prezzi lodevolmente contenuti invitano a ‘stappi’ d’autore). Da encomio anche il rapporto qualità-prezzo: menu degustazione di sette portate a 96 euro; poco meno alla carta.

Il Gelso di San Martino

Locale di classica compassata eleganza, gestito da una coppia di fratelli: Nicola e Flavia Silvestri. Il primo (che ha alle spalle importantissime esperienze) propone piatti che, assai centrati dal punto di vista gustativo, evitano le esasperazioni di certa cucina contemporanea a favore di un francesizzante meditato equilibrio e di una italica rassicurante rotondità. Fra carne e pesce ecco quindi una scaloppa di fegato grasso al passito d’alta scuola, i golosissimi gnocchi con coda di bue alla vaccinara e un rombo arrostito con spinaci al beurre blanc da manuale. La cantina (molto forte sulla Franciacorta) e il servizio, appannaggio della seconda, ruotano con classe e finezza. Il conto, per quattro portate, si attesta intorno a 140 euro. Proposta un po’ più semplice, e prezzi più contenuti, a pranzo per settimana.

Carlo Magno

In posizione dominante sul colle che segna il confine tra Brescia e la Franciacorta, trova magnifica ubicazione questo ristorante che dimostra come sia possibile far convivere senza pregiudizi il servizio dedicato ai ricevimenti e quello per agli avventori gourmet. Beppe Maffioli, chef di indubbio valore, riesce a tenere alta la concentrazione del suo team su entrambi i fronti. Cucina tecnicamente ineccepibile partendo da materie prime selezionate con grande attenzione e competenza: ceviche di gambero rosa con mango, sedano e granita al Gin; caramelle di coniglio al Franciacorta, la sua riduzione e formaggella di Collio; rana pescatrice con crema di prunelle, emulsione di mandorle, capperi e limone; crema caramellata alle radici di cicoria con frutti di bosco. Lista dei vini imponente, anche in profondità di annate. Menu da 85 a 90 euro; alla carta non meno di 75.

Miramonti l’Altro

La bianca villetta che da decenni accoglie il Miramonti l’Altro è uno dei luoghi di culto della storia gastronomica del nostro Paese. Qui – infatti – la famiglia Piscini ha creato un autentico ‘luogo della gola’: una tavola riconosciuta e apprezzata per la sua solidità, costanza, qualità, eleganza e piacevolezza.

Ma, ironia della sorte, se questo bengodi in terra bresciana è cresciuto e ha continuato a prosperare è pure merito di un francese di Bretagna – Philippe Lévéillé – che qui trasferitosi e accasatosi (Daniela Piscini, che si occupa di sala e cantina, è sua moglie), ha elevato la cucina del Miramonti a livelli siderali, mettendo il gusto, la classe e la tecnica di derivazione transalpina a servizio di quell’ampio ventaglio di ricette di locale tradizione che hanno fatto la fortuna di questa insegna. Ecco quindi piatti come le lumache all’acetosella e il risotto ai funghi e formaggi dolci di montagna. Negli anni la ricerca di Philippe è progredita e, senza mai perdere di vista concretezza e piacere, ha introdotto spunti più mediterranei ed esotici, come nei casi dei ravioli di scampi con lattuga di mare e ristretto di crostacei, delle triglie con marinata di capperi e curcuma; del piccione al Rum con «salsa dei Caraibi» alla canna di zucchero e frutta esotica. D’obbligo è la doppia chiusura: prima un assaggio dai mastodontici carrelli dei formaggi (la migliore selezione d’Italia senza dubbio), e quindi un paio di generose cucchiaiate di gelato alla crema appena mantecato.

La cantina viaggia con criterio e a prezzi corretti al di qua e al di là delle Alpi, con tante bollicine franciacortine e champagnotte in evidenza. Il servizio è di rara cortesia. I menu costano 120, 155 e 180 euro. Se ne spende circa 130 ordinando alla carta.

Due Colombe

Stefano Cerveni ha spostato l’insegna di famiglia all’interno di Borgo San Vitale, tra i vigneti della Franciacorta. Un luogo che ispira, ideale per esaltare uno stile di cucina che, senza perdere di vista le origini, ha saputo guardare oltre, ‘ascoltando’ gli ingredienti per trattarli in sinergia tra tecnica e passione. Nel menu dei classici in evidenza i bon-bon di tinca al forno, i ravioli del plin di coniglio arrosto, il manzo all’olio con polenta. Dalla filiera territorio-creatività ecco poi «uovo, mandorla, caviale» e i fusilloni con peperone rosso, bottarga di coregone e ricotta di capra infornata. Interpretazione senza preconcetti per ostrica e lattuga al barbecue e bruschetta, e per la picanha con funghi, menta coreana e garum di siero di latte. Cantina imponente e visitabile: le bottiglie sono conservate a temperatura controllata in «psichedeliche» strutture in plexiglass. Menu da 100 a 125 euro; alla carta in media 90.

Esplanade

Tra il ristorante e il lago c’è solo uno spazio aperto ove, nella bella stagione, vengono posizionati i tavoli: un’occasione per consumare un pasto con una vista impagabile. Ma non è solo quest’ultima l’atout di questo locale raffinatissimo. Vale la pena accomodarsi qui anche per sperimentare l’intelligente cucina di Massimo Fezzardi, capace di assecondare ogni tipo di inclinazione gastronomica. La carta è ricchissima, con piatti che assemblano in modo equilibrato materie prime di alta qualità: dalle carni al pesce di mare (il crudo apre la lista degli antipasti) e di lago senza trascurare chi è vegetariano. L’esperienza è completa, curata in ogni particolare, dagli amuse-bouche fino al caffè. Cantina molto ben fornita, con una importante selezione di Champagne. Tre i menu: a 100, 130 e 160 euro. Alla carta sui 115.

MoS

Colorato piccolo locale, a pochi passi dal lungolago, che offre una cucina interessante, di piglio tecnico e autoriale, perlopiù basata su ingredienti lacustri e del territorio circostante. Interessante è – per esempio – il lavarello con caviale, salsa bernese, cedro confit e germogli; goloso appare il risotto alla gardesana con tinca, limone salato e burro di malga; sontuoso è infine il germano reale in tre servizi: suprême arrosto; coscia «nell’osso»; salsa civet. Imperdibile, fra i dolci, la tatin di pesche. La cantina, non troppo ampia, parla la lingua dei vini naturali. Alcuni tavoli all’aperto nella stagione estiva. Menu degustazione a 70 e 80 euro. Colazione di lavoro a 30 euro. Sugli 80 à la carte per due piatti e un dolce.

Da Sapì

L’insegna ha oltre un secolo di vita ma l’ultima ristrutturazione, curata dalla nuova generazione, ne ha cambiato radicalmente volto, e non solo agli ambienti (ora in stile montano-contemporaneo). Sulla stessa lunghezza d’onda è infatti sintonizzata la cucina di Mauro Vielmi, protagonista del rinnovamento insieme alla moglie Daniela Foppoli, in sala. In carta rimangono pochi, intramontabili, classici come i casoncelli al burro versato (buonissimo, prodotto nei dintorni) e il gelato alla crema, vanto della casa. Nei percorsi degustazione – offerti da 38 a 55 euro, per un rapporto qualità-prezzo straordinario – le materie prime reperite sono valorizzate in piatti di pregevole ideazione e realizzazione come la tartare di pecora Bergamasca con crema alla nocciola e il risotto con estratto di foglie di fico ed erborinato di capra. Buoni vini, con focus su quelli prodotti in valle. In media 40 euro il conto.

Lido 84

Ormai da tempo la casa dei fratelli Camanini è una delle mete gastronomiche più ricercate d’Italia, se non del mondo. I motivi si comprendono facilmente dopo aver provato l’esperienza: la posizione splendida, proprio in riva al lago, l’ambiente elegante e moderno, l’accoglienza cortese da parte di uno staff molto giovane e altrettanto professionale, coordinato da Giancarlo Camanini. Tutto insomma predispone per la tavola ove sfilano le creazioni di Riccardo Camanini che, di stagione in stagione, aggiunge nuovi piatti a quelli che già hanno costituito le pietre miliari della sua carriera.

Ecco, allora, che ai classici, come i rigatoni cacio e pepe in vescica, gli spaghettoni con burro e lievito di birra e il riso con aglio nero e frutti rossi, si affiancano piatti come la seppia con burro di anguilla affumicata e topinambur, che assume quasi la consistenza di un riso, oppure l’ostrica alla brace con pane, alloro e aceto di pino mugo, preparazione in grado di esaltare il gusto del mollusco. Non manca la lepre à la royale, interpretazione della storica ricetta francese. Strepitosa la torta di rose servita con lo zabaione.

La cantina offre un’ampia scelta, ma ci si può anche affidare ai percorsi con gli abbinamenti consigliati. Il menu «Oscillazioni», a sorpresa o legato alla storia del locale, può essere di sette o nove portate (rispettivamente 140 e 160 euro), mentre il menu «4 e ½» è a 145 euro. Inderogabile riservare il tavolo: generalmente le prenotazioni si aprono per un bimestre o un trimestre almeno un mese prima. La data di avvio è segnalata sul sito web.

Villa Feltrinelli

Adagiata sulla sponda del lago, immersa in un ampio curatissimo parco, Villa Feltrinelli si specchia, altera e maestosa, nelle acque del Benaco. Una struggente atmosfera crepuscolare regna in questo luogo che fu residenza della famosa famiglia di imprenditori ed editori e di Benito Mussolini durante gli anni tragici di Salò. Camminando per le vaste stanze, minuziosamente restaurate e arredate, pare quasi di vederli questi personaggi, nei riflessi degli specchi piuttosto che celati dagli ampi tendaggi.

Ma l’esperienza non si ferma qui: a richiamare alla realtà c’è la cucina di Stefano Baiocco, uno dei cuochi più bravi e lungimiranti che oggi operano sulla scena non solo italiana ma europea. Il suo è uno stile fortemente autoriale nel quale convergono le molteplici esperienze formative compiute in alcune delle migliori cucine d’Italia e di Francia, oggi mediate dallo studio che il cuoco sta portando avanti su erbe e vegetali (da sempre uno dei suoi cavalli di battaglia) e su una progressiva essenzializzazione degli ingredienti. Ecco quindi che, dal menu degustazione «100% Baiocco» (offerto a 280 euro, più un dieci per cento di servizio; non c’è scelta à la carte), prendono vita piatti come il profumato bouquet di erbe con zuppetta di pistacchio e semiglia di pomodoro; l’appagante insalata di trota salmonata con fragole e vinaigrette di sambuco; il goloso salmerino al barbecue con salsa diavola e crema di alghe.

La cantina è ricca, ma solo di etichette italiane (eccezion fatta solo per una buona selezione di Champagne), proposte a prezzi adeguati al contesto. Il servizio è curiale. Magnifico è, nella bella stagione, cenare sull’ampia terrazza coperta o a bordo lago.

Osteria Lancia

Dopo diciannove anni passati nelle cucine di una delle migliori case d’Italia, il ristorante Gambero, nella vicina Calvisano (si veda la scheda dedicata), il giovane Daniele Zani, insieme alla sua compagna Ilenia Beatini, ha rilevato questa storica osteria, trasformandola in un locale bello e confortevole. La cucina, di ottima fattura, risente degli insegnamenti appresi alla corte di Edvige e Paola Gavazzi: i piatti, chiaramente ispirati al territorio e ai suoi prodotti, sono focalizzati sul gusto, in un tripudio di piacere che passa dalla mousse di baccalà con vellutata di patate affumicate e crumble all’olio e limone, ai maccheroncini al torchio con sugo di coda di manzo al rosmarino. Squisita, fra i secondi, è la quaglia disossata e ripiena. La cantina è in divenire, ma le buone bottiglie non mancano. Prezzi onestissimi: 50 euro per il menu, e altrettanto alla carta.

Piè del Dos

Insegna informale ma curata, articolata in svariate salette (e con uno spazio all’aperto per la stagione calda), che porta avanti una linea di cucina ispirata al territorio franciacortino e alle sue ricette di tradizione. Piatti di sostanza, quindi, perlopiù a base di carne con qualche incursione, se i vicini laghi sono stati generosi, nel pesce d’acqua dolce. Ecco quindi che in carta, secondo stagione, appaiono il carpaccio di lingua con salsa verde e maionese al rafano, gli gnocchi di patata viola con Bagòss e lardo, l’agone al forno con patate e alloro. Da non perdere, fra i classici della casa, il risotto al Franciacorta. In cantina buone bottiglie, con un focus particolare sulle locali bollicine. Servizio amabile. Conto contenuto: non più di 40 euro per due portate e un dolce.

Al Porto

Se davvero si vuole capire cosa sia la cucina lacustre e che sapori abbiano i pesci d’acqua dolce allora ci si deve per forza accomodare ai tavoli di Al Porto, storica insegna del Sebino, gestita dalla famiglia Bosio, affacciata sull’affascinante Porto dei Pescatori di Clusane, con le acque del lago a una manciata di metri.#La cucina sa davvero il fatto suo, forte com’è di anni e anni di esperienza nel maneggiare una materia preziosa (ma anche ostica) fatta di lucci e tinche, pesci persici e anguille, agoni e lavarelli. Tutto questo bendidio viene trasformato in piatti che – con i giusti accorgimenti e gli altrettanto giusti condimenti (ma senza inutili pesantezze) – parlano di pesci di lago al vapore piuttosto che grigliati, tagliolini con il persico e filetti di storione al limone. Da non perdere la sostanziosa specialità della casa: la tinca alla clusanese, ovvero cotta in forno con formaggio e burro e servita con polenta. In carta non mancano poi anche proposte di carne, come le pappardelle con salmì di folaga e il brasato con polenta.#Un’altra soddisfazione la riserva la cantina che è sì ricca delle etichette della Franciacorta ma spazia anche sul resto d’Italia, con bottiglie anche blasonate offerte a prezzi corretti. Gli ambienti – articolati in più salette – sono lindi e curati, ma non formali. Il servizio è attento e lesto. Il conto – per tanto piacere – è assai onesto: per un pasto completo (e qui le porzioni sono – per fortuna! – abbondanti…) non si spende più di 45 euro.

El Taller

Cresciuto professionalmente al fianco dell’indimenticato Vittorio Fusari, Radu Nedelcu ne ha raccolto idealmente l’eredità in uno dei vicoli di Iseo. El Taller è un locale minuscolo con cucina a vista, che offre un solo menu degustazione giornaliero (offerto al mite prezzo di 50 euro), con piatti perlopiù a base di pescato di lago. Morbido e goloso è il persico farcito di alghe di Normandia al pesto di rucola e salsa di pomodoro; perfetta sommatoria di gusto per il coregone alla brace con macedonia di mele verdi e avocado condito con latte di mandorle e basilico; da manuale la zuppetta di pesce di lago con fumetto (dal sapore intenso: realizzato con le teste dei pesci e i gamberi d’acqua dolce). In cantina, per ideali abbinamenti, buoni Franciacorta.

Sedicesimo secolo

Ricavato all’interno di quelle che furono le scuderie del castello dei conti Capriolo risalente al XVI secolo (da cui il nome), il locale enfatizza le linee architettoniche e i materiali d’epoca (bella soprattutto la sala con il soffitto a volte in mattoncini rossi). Simone Breda mette in scena la sua cucina d’autore, realizzata con padronanza tecnica, materie prime e gusto. Anche con accostamenti coraggiosi come nei casi delle lumache in bouillabaisse di triglia e della coscia di pecora Bergamasca servita con acciuga, nduja e rapa bianca al vin santo. Meno azzardati ma non meno convincenti, tra i classici, il risotto con ristretto di capretto e lo stinco di vitello cotto al fieno. Selezione dei vini discreta ma non entusiasmante. Percorsi di degustazione da 80 a 120 euro (sette portate, alla «scoperta della filosofia dello chef»); alla carta in media 100.

L’Artigliere

È ritornato nella sua terra d’origine, là dove tutto era iniziato, l’‘artigliere’ Davide Botta, dopo l’ultradecennale esperienza in terra veronese. Il trasferimento non ha intaccato in nulla le sue capacità e la sua comprovata bravura, tant’è che una sosta a questi tavoli si conferma come una tappa imprescindibile per tutti i gourmet alla ricerca di piacere e buongusto.

Classicismo rivisitato in cucina. O anche, più semplicemente, certezze nel piatto. Tradizione? Certo, in carta è presente. Ma non ci si limita strettamente a quella. Carne e pesce si intrecciano in una proposta che è costruita secondo principi di gusto e materia, in abbinamenti consolidati e mai forzati. Una rotonda soddisfazione trionfa nelle pietanze che vanno dalla profumata insalata di mare con verdure al vapore, patata e cipollina, a un più padano cotechino con lenticchie e cipolla fritta. Passando per (ed è un obbligo assaggiarli!) i risotti, di cui Botta è un virtuoso. Sono almeno dieci, cambiano stagionalmente, e sono proposti sia con riso locale (Vialone Nano Igp di Isola della Scala) sia con Carnaroli, sempre di provenienza veronese (ottimi sono, giusto a titolo d’esempio, il risotto appena affumicato a crudo con gambero rosso crudo, limone candito e uova di aringa, e il risotto al Bagòss con scaloppa di fegato grasso e Moscato).

Sorridente il servizio. Carta dei vini concisa. Menu di quattro, cinque, sei e sette portate (liberamente scelte, a patto che siano uguali per tutto il tavolo) rispettivamente a 62, 75, 85 e 95 euro. Tre risotti e dolce sono invece a 52 euro. Se ne spende poco meno di 90 ordinando quattro piatti à la carte.

Osteria della Villetta

La data di apertura è impressa sulla facciata: 1900. Dunque da 125 anni l’Osteria della Villetta apre i suoi battenti, nei pressi della stazione dei treni di Palazzolo sull’Oglio. Eletta a più riprese tra le migliori osterie d’Italia, è da sempre gestita dalla famiglia Rossi.

Gli elementi d’arredo, dominati dal bancone in stile Liberty e dalle foto e stampe d’epoca che riempiono le pareti, sono il giusto viatico per un percorso gastronomico che è un tuffo nel passato, va da sé di quello buono, intramontabile. A raccontarlo, tra aneddoti e ricordi, provvede da una quarantina d’anni Maurizio (‘il Mauri’) coadiuvato in cucina dalla moglie Grazia e in sala dal figlio Jacopo, ormai pronto a raccoglierne l’eredità. Niente svolazzi gastronomici – dice il Mauri – solo «applicazione e verità». Concetto che si traduce in piatti che sono sempre gli stessi ma ogni volta sorprendono per la qualità e la capacità di essere attuali. Ecco, dunque, per iniziare il vitello con salsa tonnata e le ‘mitiche’ polpette; la lingua con la giardiniera di casa (croccantissima); il pesce di lago secondo pescato. Tra i primi, trippa con verdure in brodo (se è del giorno prima guadagna sapore); orzotto con verdure e salsiccia; gnocchi di patate burro e salvia; lasagne di pasta fresca. A seguire manzo all’olio da manuale; bollito misto; frattaglie di vitello. Dolci semplici ma altrettanto ben fatti come il gelato «love difference» dedicato a Michelangelo Pistoletto.

Cantina fornita di tutto un po’ ma sarebbe un peccato rinunciare alla conoscenza e alla competenza del ‘Mauri’ per i Franciacorta. Conto encomiabile: sui 40 euro vini esclusi.

Larice

Gestione femminile, giovane e dinamica, per questo agriturismo (con camere) sorto recentemente ma su basi e principi solidi. La cascina, con vista sul massiccio della Presolana, è stata ristrutturata con sapienza, valorizzando gli elementi naturali, la pietra e il legno. L’azienda agricola fornisce formaggi caprini, salumi, carni bovine e di animali da cortile. Avvalendosi anche di ulteriori materie prime reperite in altre aziende agricole del territorio, il cuoco Davide Rottigni disegna una cucina di buon livello tecnico, virtuosa nei fondamentali del gusto. In alternativa alle cotture alla brace di carni e verdure si può optare per: «trota salmonata, carota, cipolla e levistico»; casoncelli; brasato di scottona con polenta di mais integrali; crostatina di castagne e mascarpone. Dalla cantina vini di Lombardia consapevolmente selezionati. Due i menu degustazione: a 55 e 80 euro.

Cesira

Superato il Passo della Presolana, direzione Val di Scalve, ecco sulla sinistra l’insegna che da anni è punto di riferimento per i gourmet di montagna. Al comando Cesira Belinghieri, con a fianco il fratello Vanni che si occupa principalmente delle cotture alla griglia, effettuate in presa diretta nel grande braciere che campeggia nella luminosa sala arredata in stile montano-contemporaneo. Plauso per le costolette di pecora Gigante Bergamasca, servite con licheni raccolti in alta montagna. C’è molto altro in una carta che spazia, sempre con buoni risultati, dai piatti del territorio per arrivare al lago e perfino al mare. Buona selezione di vini e prezzi commisurati alla qualità: per due portate salate e dessert in media 55 euro.

Tentazioni

Approdati sulle sponde del Sebino dalla natia Calabria, i gemelli Pittelli hanno portato sul lago i sapori della loro terra trovando equilibrio con la tradizione gastronomica lombarda. Una mediazione che regala piatti di carattere, originali anche quando non hanno la pretesa di essere innovativi: baccalà al vapore con gamberi rossi, spuma di patate della Sila e riduzione di crostacei; maccheroni al ferretto con ‘pummarola’, nduja e ricotta salata del Pollino; anguilla alla brace con radicchio trevisano tardivo e polenta; calamari leggermente arrostiti con peperoni e olive nere. Tra i dolci, fatti in casa come pane e grissini, da segnalare la bavarese all’arancia e cioccolato Madagascar. L’ambiente è moderno, luminoso, contraddistinto da una cantina a vista (occhio di riguardo per i vini delle regioni del Sud d’Italia). Menu degustazione da 53 a 68 euro; alla carta in media 60.

Al Vigneto

Prevalentemente pesce, in questa cascina tra le vigne. Protagonista è Vito Siragusa, siciliano da molti anni approdato dal porto di Mazara del Vallo (da lì continua ad arrivare la materia prima) alla provincia bergamasca. In un bell’ambiente, luminoso e con vista sui filari da cui nasce il Valcalepio prodotto nella cantina annessa, ci si tuffa nel Mediterraneo con piena soddisfazione. Eccellenti le crudité nel mini e gran plateau: gamberi e scampi super, carpacci e tartare di pesce bianco e rosso. L’intervento della cucina tende a valorizzare lo stesso pesce in elaborazioni originali e contemporanee, come le cappesante tostate con topinambur, asparagi bianchi e salsa di crostacei, piuttosto che la spigola arrosto con morbido di piselli e radicchio trevigiano. In cantina bianchi e bollicine. Menu da 68 a 79 euro; di più alla carta.

Trattoria delle Miniere

La storica trattoria ha cambiato volto grazie all’entrata in scena di Lorenzo Bonim, giovane cuoco ‘profeta in patria’. Visione territoriale declinata con originalità: ingredienti di qualità, cotture precise, pregevoli salse e abbinamenti, gusti rispettati, presentazioni efficaci ma non ridondanti. Tra i piatti meglio riusciti: bocconcini di trota bianca con la sua emulsione affumicata e insalatina di rape fermentate; ravioli ripieni di gallina nostrana (pasta realizzata con solo farina e aceto) in consommé di verza; aletta di vitellone brasata al Marsala e miele di castagno. Una meraviglia anche la focaccia (all’orzo) e il pane fatto in casa, serviti con burro di montagna. Vini solo bergamaschi ma sufficienti a coprire senza cedimenti tutti gli abbinamenti. Conti di assoluta convenienza soprattutto con menu degustazione, offerti a 45 e 50 euro (rispettivamente di quattro e sei portate).

Contrada Bricconi

Solo una dozzina di anni orsono Bricconi sembrava una delle piccole contrade di montana destinate all’incuria e all’abbandono. Arrivarci ora comodamente in auto, dopo averla raggiunta a piedi, in passato, all’inizio dell’avventura, lascia basiti per quanto sia stato eccellente il lavoro fatto dalla compagine di amici-soci capitanati da Giacomo Perletti. Il sito, già bello di suo per ambientazione ed esposizione, è stato sistemato egregiamente, con visione contemporanea ma nel pieno rispetto dell’architettura preesistente.

Ai fornelli Michele Lazzarini, chef originario di questi luoghi, che per anni è stato il braccio destro del notissimo Norbert Niederkofler, in Alta Badia. Non poteva che scaturirne una cucina fine dining di montagna di alto profilo in tutti i sensi: concettuale e coerente, raffinatissima, tecnicamente ineccepibile. Se i parametri del classico agriturismo di tradizione, diciamo così, popolar-contadina sono un lontano ricordo, si percepisce senza incertezze il rispetto dei valori basilari in quanto a ingredienti e identità. Titoli brevi per piatti che hanno gusto, equilibrio ed armonia: in evidenza raviolo di testina, susine e kimchi; «lumachine, siero innesto, burro affumicato e agone»; risotto con stracchino, aglio selvatico e bergna (carne di pecora essiccata e salata); trota alla brace; brioche di noci nere e fiori di castagno.

Vini scelti con attenzione anche per percorsi di abbinamento al menu degustazione ‘obbligato’: 150 euro per una decina di portate in continuo divenire secondo stagione e approvvigionamento. Su prenotazione giovedì e domenica sera menu under 30 a 85 euro.

La Braseria

Luca Brasi ha da tempo scelto di vestire i panni del cuoco-grigliatore-macellaio. Giocando ancora con il proprio nome ha ribattezzato il locale Braseria (un tempo era La Lucanda) per dedicarsi molto seriamente alla selezione, all’affinamento e alla cottura delle carni. Per farlo al meglio ha attrezzato una cella di conservazione a vista dalla sala e in cucina è stato allestito un grande spiedo a legna. Grandi prestazioni dalla nobiltà di costate e filetti, ma non mancano eccellenti sorprese da tagli meno celebrati come il diaframma e la fracosta, anche cotta a lungo al fumo di faggio. Completano la carta le lavorazioni a crudo in tartare e carpaccio, gli hamburger e le Bresaole homemade. Bell’ambiente, cantina ben fornita e prezzi corretti: percorsi degustazione da 68 a 77 euro (a tutto Wagyu); business lunch a partire da 28 euro.

Cucina Cereda

Questo ristorante si trova nel centro del paese, ma la particolare ubicazione (in una corte pedonale risalente al XVI secolo) garantisce tranquillità anche nella bella stagione, quando ci si può accomodare ai tavoli all’aperto. Giuseppe Cereda è interprete e garante di una cucina che nel corso degli anni si è fatta via via più personale e incisiva nella valorizzazione delle materie prime (anche locali). Esemplari sono le lumache con aglio orsino e spugnole; un capolavoro i casoncelli in versione marina: farciti di gambero e conditi con gli stessi crostacei crudi e alghe fritte; gli oselì scapac sono involtini di vitello e prosciutto crudo. Cantina fornita il giusto per trovare abbinamenti efficaci. Percorsi di degustazione da 75 a 100 euro. Alla carta in media 90 (con possibilità di assaggiare più piatti in mezza porzione). Per gli under trenta disponibile un menu completo a 40 euro mercoledì e domenica sera.

Il recente restyling del locale ha reso ancora più godibile il panorama lago-monti che si ammira dalla terrazza che a seconda della stagione può essere chiusa o aperta (perciò lo spettacolo è garantito tutto l’anno). Un luogo magico cui si accede attraversando un giardino curatissimo dopo avere disceso una scaletta dal comodo parcheggio.

Dirige la giovane équipe Angelo Bonfitto, chef predestinato – il padre è cuoco in Valcamonica – dotato di talento e serietà, oltre che di un bagaglio di esperienze di tutto rispetto. Cucina di alto livello, ideata e realizzata con cura nel dettaglio e sapienza nei fondamentali. Particolarmente avvincente la valorizzazione del pescato del Sebino: trota bianca al vapore con emulsione di cicoria, cioccolato bianco e rafano; siluro arrosto con salsa ai suoi fegati (il ‘mostro’ del lago si intenerisce con una marinatura prolungata); anguilla fritta con pomodoro verde e foglie di senape; fritto di lago con maionese al levistico. Non da meno le divagazioni terrestri: cavolfiore laccato con vincotto, salsa duxelles ed erbe aromatiche; pancia di vitello speziata con uva e scalogno. Chiusura dolce con la cartellata pugliese, omaggio alla terra d’origine.

Servizio spigliato e dinamico, professionale al punto giusto. Selezione dei vini ben fatta, raccontata in una lista che consente di scegliere tra le tipologie predilette anche con intelligente servizio a bicchiere. Eccellente è il rapporto qualità-prezzo: percorsi di degustazione da 59 (quattro portate: lago e terra) a 79 euro (sette portate); alla carta tre portare a partire da 55 euro.

Ravecca

Una certezza: un approdo al mare nella Bassa, proprio di fronte alla stazione ferroviaria. Sono i piatti di pesce delle donne di casa Ravecca: mamma Giovanna ancora in sala a dare una mano ad Arianna; la sorella gemella Tiziana ai fornelli. Cucina di materia prima di qualità elaborata con giudizio (poco, il necessario). Semplice a dirsi, tutt’altro a farsi. Consigliabile iniziare con la pirotecnica sequenza degli antipasti secondo disponibilità: acciughe di Portovenere con burro e peperoni; frittelle di rossetti; cacciaroli (piccoli calamari) al vapore. Secondo appetito rimanente ci si può dedicare a un primo piatto, come i cappelletti di scampi e bottarga di muggine, oppure a un secondo, come la catalana di scampi, gamberi e verdure. Dolci semplici ed amorevoli: parfait al Limone Sfusato di Amalfi, piuttosto che meringa bianca scomposta con frutti di bosco. Pochi vini ma ben scelti. In media per un percorso completo 80 euro.

Hotel Florian Maison – Umberto De Martino

Una breve deviazione dalla Statale del Tonale porta nella meraviglia del resort (poche camere immerse nel verde) gestito da Monia Remotti e Umberto De Martino, chef sorrentino che ha messo a frutto in terra bergamasca il bagaglio di esperienze accumulate in giro per mondo. In grande spolvero il pesce e la cucina mediterranea in genere; sullo sfondo anche il periodo piemontese ha lasciato il segno (i plin ripieni in vario modo; nocciole e cioccolato per i dolci). Tra le ultime creazioni: mosaico di polpo con soffice di patate e brodo caldo allo zenzero; fagioli cannellini e trippa di vitello; bottoni di pasta cotta all’alga spirulina con burrata all’arancia e cacciucco al finocchietto. Selezione enoica non portentosa ma più che sufficiente per trovare abbinamenti acconci. Percorsi di degustazioni tra 125 e 170 euro. Alla carta da 90 euro; a pranzo dei giorni feriali menu di quattro portate a 59 euro.

Osteria degli Assonica

Sono fratelli ma tale è la somiglianza da farli apparire gemelli. Alex e Vittorio Manzoni, entrambi cuochi, dopo aver accumulato un buon bagaglio di esperienze hanno trovato la loro consacrazione in una piccola frazione (Assonica appunto) nel verde dei colli che cingono Bergamo verso Nord. Location ideale, tranquilla e defilata ma non priva di eleganza, per realizzare il loro ideale di ristorazione green. Mondo vegetale (ma non solo) esplorato in profondità anche utilizzando erbe spontanee e altri prodotti dei prati e dei boschi circostanti in piatti come: «bietole, burro di capra, lauro e cardamomo»; risotto all’alloro e sorbo degli uccellatori; «cicoria alla brace, foglia di fico e arachide»; «radicchio, ribes, pepe rosa e mandorla amara». In cantina spazio ai vini naturali. Tre i menu degustazione, da 60 a 130 euro. Alla carta 95 euro per tre portate.

Tre Noci

All’ombra del campanile del paese, l’antica cascina trasformata mirabilmente in locale di accoglienza e ristoro è gestita sin dal 1968 dalla famiglia Cristini. Nella sala principale il gigantesco camino a legna testimonia la vocazione principale per la cottura delle carni alla brace (mastodontica è la fiorentina «matrimoniale»). Sarebbe tuttavia riduttivo fermarsi qui. La carta offre la possibilità di spaziare tra le pietanze di una cucina di tradizione eseguita con rara precisione e delicatezza tutta femminile. Piatti forti i primi di pasta fresca tirata in casa, condita o ripiena: casoncelli; tagliatelle al ragù di coniglio; agnolotti di faraona con finferli o porcini, secondo disponibilità. E quindi trippa in versione estiva (con fagioli e pomodorini) o invernale (con carciofi), e lumache trifolate con polenta. Ottima cantina. Sui 55 euro.

LoRo

Nella cascina saggiamente ridisegnata, mettendo in dialogo elementi d’epoca e modernità, convivono il ristorante gourmet e il bistrot-pizzeria (anche questo altamente consigliabile). Pochi coperti in tre piccole sale nella versione di maggior impegno firmata LoRo, al secolo Francesco Longhi e Antonio Rocchetti, rispettivamente in sala e ai fornelli.

Cucina contemporanea di alto profilo, tecnicamente evoluta con cotture millimetriche e abbinamenti ricercati: realizzata con l’obiettivo, centrato, di rispettare e valorizzare ogni singolo sapore degli ingredienti, indiscutibilmente selezionati al meglio. I piatti hanno titoli suggestivi ma sapori nitidi ed equilibrati: «L’ospite inatteso» è il gambero gobbetto che completa la tartare di manzo servita con erbe e fiori; «Viene la sera» sono i tortelli di ricotta, porro, tuorlo d’uovo e tartufo; le «Relazioni pericolose» mette nel piatto fusilli, scampi e Gorgonzola; il «Rimedio della nonna» è la coscia di coniglio disossata e cotta arrosto con crema di peperone e olive; l’incontro «Italia-Francia» nei dessert è l’éclair al tiramisù accompagnato da gelato al latte.

Cantina molto ben fornita, colta e avvincente. Servizio professionale, copioso di attenzioni (amuse-bouche, piccola pasticceria, pane e grissini di casa). Vari i menu degustazioni, da 80 euro (i classici) a 155 euro (mano libera). Alla carta non meno di 100.

Osteria della Brughiera

Una casa di campagna magnificamente trasformata in ristorante di tono: con rifiniture, arredi e opere d’arte di valore nelle sale, una cantina antica con pareti in sasso dove stuzzicare un aperitivo nell’attesa, e un pergolato in giardino per l’estate.

Altrettanto raffinata è la cucina che si avvale – e si sente, anche perché lo stile tende a enfatizzarle – di materie prime di altissima qualità. Pesci e crostacei, carni e verdure, vengono elaborati in tutte le loro parti con dovizia e precisione nelle cotture, negli abbinamenti, nelle presentazioni. Tra le ultime creazioni: fagioli di Soragna con cotechino e lenticchie Beluga; piovra ghiacciata in brodo di giuggiole; pastasciutta di mare all’estratto di pomodori secchi con calamaretti; variazione di agnello lucano; composizione di astice blu: in cacciucco livornese, alla boscaiola, e con la sua chela in tempura accompagnata da maionese alle erbe. Dolci di livello, come «Messico»: namelaka al miele, cioccolato bianco e jalapeño, foglie di tabacco, papaya, agave al Margarita e sorbetto di ciliegie.

Accurata selezione di vini (a prezzi però non proprio abbordabili). Servizio professionale. Menu degustazione a 110 e 120 euro; alla carta si parte da 70 euro per un minimo di due portate salate.

La Staletta

La staletta dei nonni è stata trasformata in ristorante dalla famiglia Rubis sin dal 1973. Il cambio di passo è avvenuto però più recentemente, quando ai genitori (sempre comunque presenti e attivi) è subentrato il figlio Claudio, il quale si è concentrato sulla messa punto in chiave contemporanea dei classici, valorizzando i prodotti locali in piatti gustosi e golosi, accattivanti già nella presentazione (la taragna servita al centro della tavola dà gioia solo a vederla). Da mangiarne una dietro l’altra le polpette di spinaci; super il salame; i casoncelli homemade sono serviti direttamente nel padellino; tra i secondi in evidenza l’arrosto cotto nel forno a legna e lo stracotto d’asino secondo la ricetta del papà. Selezione dei vini in armonia con la proposta. Conto da applausi: in media 40 euro (53 per il menu dei classici di casa).

Gaudio

Il ristorante Gaudio, a Barbariga, piccolo paesino del Bresciano, affascina con eleganza e passione grazie ai fratelli Papa. Diego, chef visionario, propone una cucina di ‘pancia’, fatta di sapori intensi e prodotti locali intrecciati ad alcune delle più note eccellenze nazionali. Fiore all’occhiello è il menu «Convivium», sei portate offerte a 88 euro: un viaggio goloso che celebra creatività e territorio in piatti come «È tempo di lumache»; riso Vialone Nano al Marzemino con porcini, tartufo nero, nocciole e fondo di manzo; «sogliola, nero di seppia, paprika». In sala l’altro fratello, Giambattista, cura con maestria il servizio e una cantina ampia e variegata, dove i ricarichi restano corretti. Per chi sceglie la carta, il conto si attesta sugli 80 euro, per una esperienza ove eleganza, gusto e passione trasudano in ogni dettaglio.

Forme

Nella prima fascia di pianura alle porte della città, questa cascina dell’Ottocento è stata mirabilmente trasformata in una location ‘multi-forme’ che ospita varie attività legate al mondo dell’accoglienza e della ristorazione, grazie a un grande lavoro di suddivisione degli spazi all’insegna di design, eleganza e funzionalità.

Il ristorante gourmet è stato affidato ad Arianna Gatti, guarda caso proveniente da Forme, piccolo paese abruzzese. Unendo le proprie esperienze alle influenze della cucina delle origini, e applicando buon senso, competenza e attitudine, la cuoca dà vita a una cucina che si pone come primo obiettivo l’esaltazione del gusto degli ingredienti senza ricorrere a troppe divagazioni. È così per «trota, albicocca, ostrica e agretti»; spaghetti neri all’aglio, olio e peperoncino con canocchie e ricci di mare; «lingua, cavolo viola e rafano»; quaglia al pepe verde con luppolo selvatico, birra e ruta; «sogliola, asparagi bianchi, ventricina e limone». Con «citrus vibes», consistenza di agrumi, si chiude in dolce freschezza.

Il servizio è giovane e dinamico, e riesce a coinvolgere senza essere invadente. Dalla cantina tante buone etichette selezionate soprattutto tra i classici dell’enologia nazionale. Percorsi di degustazione da 95 a 115 euro (quest’ultimo di ben otto portate, più stuzzichini iniziali e piccola pasticceria); alla carta in media 90. Per pranzi più rapidi e informali, ma comunque di qualità, è presente il bistrot Sotto Forme.

Castello Malvezzi

La dimora nobiliare del Seicento domina la città di Brescia mettendo a disposizione degli ospiti l’eleganza e la raffinatezza delle sale affrescate, del giardino curatissimo – d’estate ci si accomoda in terrazza – e della storica cantina. Non tradisce le attese la cucina di classe firmata da Alberto Riboldi, lo chef che da alcuni anni ha assunto l’onore della gestione. Piatti signature: spaghetti freddi al nero con erba cipollina, citronette, scalogno stufato e caviale; monumentale Chateaubriand di manzo con salsa bernese. Dalla carta anche i tortelloni ripieni di scampi, lime e timo avvolti in spuma di bisque, e lepre à la royale con purè «Robuchon». Cantina di spessore con invidiabile memoria storica di etichette e annate. Percorsi di degustazione di carne o pesce a 120 euro (una decina di passaggi). Alla carta si parte da un minimo di 70 euro per due portate.

Osteria Al Bianchi

La famiglia Masserdotti taglia il traguardo dei cinquant’anni alla guida dell’Osteria Al Bianchi, una delle insegne storiche del centro di Brescia. L’atmosfera familiare e conviviale (enfatizzata dall’arredamento tipico da trattoria, con i tavoli coperti da tovaglie a quadretti) ben si attaglia alla cucina che fa di «semplicità e qualità» i propri vessilli. Ecco allora, dopo un piatto di salumi (ben selezionati e assai profumati), magari accompagnati da giardiniera, i casoncelli alla bresciana e gli irrinunciabili malfatti al burro. Succulente carni come secondo (manzo all’olio, stracotti, bollito misto), oltre al baccalà. La cantina parla vernacolo regionale. Il servizio è simpatico. Bancone e tavoli all’aperto per aperitivi. Sui 35 euro il conto.

Osteria L’è Maistess

In una piccola frazione, in mezzo alla campagna (di notte soprattutto gli ultimi due chilometri, che si snodano in mezzo ai campi, vanno percorsi a velocità moderata: attraversano di continuo animali selvatici), questo accogliente locale offre un approdo gastronomico sicuro e appagante. Diviso in più salette (una con bel camino) e con un’ampia veranda che affaccia su un curato giardino, L’è Maistess propone una ottima cucina di tradizione, impreziosita da alcuni ‘inserti’ di ispirazione più mediterranea (i proprietari sono del Sud Italia).

La carta, dalla quale non sono mai esclusi il classico risotto alla milanese (tirato perfettamente all’onda) e la costoletta di vitello con patate, si muove con grazia dal più invernale rognoncino trifolato (delizioso e succulento) ai più estivi fiori di zucchina ripieni di ricotta con gamberi (profumati e invitanti) o ai tortelli farciti di melanzane con passata di pomodoro aromatizzato all’arancio, salsa al basilico e ricotta dura. Non mancano poi il vitello tonnato, i ravioli di magro e, in stagione, croccanti funghi porcini fritti.

La cantina punta sulle etichette di Lombardia e Piemonte, spingendosi poi, con centrati focus, su altre regioni vinicole d’Italia e di Francia, a prezzi assai corretti, anche per le annate più vecchie e preziose. Il servizio è attento e sollecito. E i prezzi sono da encomio: difficilmente si spende più di 50 euro.

Soul Restaurant

Nel cuore di Legnano, Soul Restaurant propone una cucina d’impianto contemporaneo, molto tecnica e con tocchi cosmopoliti. L’insegna, nata dalla passione e dall’intraprendenza dello chef Fabio Mecchina e di sua moglie Gloria (che si occupa di sala e cantina), si distingue per i suoi piatti, capaci di osare abbinamenti audaci. Tra le specialità le animelle di vitello con carciofo, segale, Vermouth e liquirizia si rivelano – per esempio – in un crescendo di intensità gustative. Grande importanza hanno anche gli ingredienti vegetali, elaborati in pietanze come «cavolfiore, nocciole, guanciale, timo limonato», esempio dell’abilità del cuoco nel valorizzare anche gli ortaggi più umili, rendendoli protagonisti. La selezione di vini spazia tra le eccellenze del territorio italiano, per poi aprirsi a vitigni provenienti da tutto il mondo. Due sono i menu, di cinque e di otto portate, a 85 e 100 euro. Prezzo medio: 70 euro alla carta.

Asina Luna

I carré e gli altri tagli di carne conservati nella cella a vista riportano ognuno il proprio pedigree, e sono ordinati e catalogati per razza, allevatore e fornitore. Li seleziona da mezzo mondo e con molto con scrupolo (solo da animali allevati allo stato semibrado e perlopiù adulti) il ‘maestro di braci’ Riccardo Succi. Per ciascun taglio ha studiato e messo a punto la cottura migliore per esaltarne la qualità. Ecco dunque la Vicciola piemontese di Pino Puglisi e la lombata di Vaca galiziana di Gonzalo Perez; la costata belga di Hendrik Dierendock e il controfiletto di Wagyu di Ginkakuji Onishi. Nell’attesa ci si toglie uno sfizio assaggiando il carpaccio di Da Màr, unica carne al mondo a essere frollata con acqua del Mar Mediterraneo, oppure una tartare. Cantina poderosa e conti proporzionati alle scelte: dai 50 euro in su.

La Cucina

Questo ristorante elegante e raccolto (i posti a sedere sono davvero pochi), che si trova poco lontano dalla stazione ferroviaria, propone una cucina dinamica e di ricerca, che si autodefinisce a «km Italia», in quanto attinge i propri ingredienti da più regioni, valorizzandone le singole peculiarità e unicità. Un piatto che bene sintetizza l’intessersi di tradizione e di innovazione è il risotto Riserva San Massimo con Parmigiano Reggiano 100 mesi, polline, fava tonka ed estratto di cipresso. La cantina è ricca e conta poco più di duecento etichette. Servizio attento. L’offerta si articola in quattro percorsi: da quattro portate a 70 euro a otto portate a 95 euro. Si possono ordinare singoli piatti dai menu a partire da due portate a 70 euro.

Hotel Poli – La Fornace

Il ristorante La Fornace deve il proprio nome al fatto che, in passato, aveva sede in una antica fornace che produceva mattoni. Ma il nome – in effetti – è coerente con la proposta gastronomica attuale. Qui, infatti, il protagonista della cucina è il kamado, ossia il barbecue di ceramica di derivazione giapponese, famoso sia per la cottura alla brace, che si distingue per essere molto delicata, sia per le possibilità legate all’affumicatura. Da provare – fra i piatti – la tagliata di diaframma di manzo al kamado con cipollotti alla brace e spuma d’aringa affumicata, che permette di capire come la cucina spazi tra mare e terra proponendo abbinamenti ben caratterizzati. Ricca cantina, con una sezione dedicata ai vini provenienti da terreni vulcanici. Tre i menu degustazione: a 50, 65 e 75 euro. Sui 70 alla carta.

Collina

Coraggio e coerenza non fanno certo difetto a Mario Cornali, cuoco di gran vaglia, che, ricevuto il testimone da mamma Lidia, ha cambiato completamente volto al ristorante di famiglia posto sulla strada che sale alla Roncola (‘collina’ di nome e di fatto, con vista spettacolare!).

Suo il coraggio di fare scelte ardite, e sua la coerenza di portarle avanti senza cedimenti. Prendiamo quella più eclatante (ma non unica) di puntare sul pesce d’acqua dolce reperito dagli amici pescatori che gettano le reti nel ramo lecchese del Lario. Da sempre il pesce proviene solo da lì, nessuna concessione al mare. Scelta che si traduce nel menu degustazione «acqua dolce», otto portate secondo pescato con alcuni capisaldi che sono degli evergreen memorabili come il mini-burger di lago servito tra le sfiziosità iniziali. Quindi luccio con salsa ceviche e daikon marinato; tortelli di lavarello con bisque di gamberi (va da sé d’acqua dolce) versata su burro al lemongrass; spaghettoni con missoltino, lievito madre secco e alloro; anguilla cotta (e ricotta) alla brace con gel d’agrumi, pera all’aceto e misticanza. Con questi piatti che sono frutto di un perfetto incontro tra ragionamento e tecnica, Mario Cornali esprime appieno la sua personale visione della cucina. Chiusura in dolcezza con i dessert di alta scuola realizzati da Giovanni Beretta (anche autore del pane e dei grissini: super!).

I vini buoni non mancano ma la cantina è meno avvincente della cucina. Percorsi degustazione a 90 euro; alla carta si possono superare i 100.

Frosio

Percorso il vialetto di tigli secolari (che d’estate ombreggiamo e rinfrescano i tavoli all’aperto), la villa del Seicento accoglie in sale dall’arredo moderno ed essenziale. Da enfant prodige, i fratelli Frosio (Paolo in cucina, Camillo in sala e ai vini), hanno raggiunto la piena maturità mantenendo i principi della cucina classica-raffinata stile anni Novanta. Dai percorsi degustazione (da 80 a 90 euro) si possono scegliere piatti come le cappesante scottate con passatina di cavolfiore, mosto cotto e lime; l’orzo mantecato con sugo di lepre; il rombo in crosticina di noci e carciofo; la sfogliatina con gelato al Mandarino tardivo di Ciaculli e ganache al cioccolato. Cantina di ricerca, particolarmente valida per la selezione dei vini rossi: di Piemonte e di Francia. Alla carta due portate da 70 euro.

RistoFante

Entrambi seri e competenti, Titta Manzini e Silvia Valoti costituiscono da oltre trent’anni una coppia professionalmente perfetta. Lui ai fornelli, a preparare piatti che si giovano di materie prime di qualità (predilezione per il pesce di mare). Lei in sala ad accogliere con piglio professionale. Elaborazioni essenziali per una cucina evergreen: il menu degustazione (80 euro) parte con i crudi di pesce ribattezzati «sushi bergamasco»; code di gamberi croccanti in pasta kataifi; calamarata di Gragnano al ragù di pesce; ricciola in umido in guazzetto di cannellini con pomodorini e origano. Dalla carta anche astice spadellato con cardoncelli e carciofi; risotto alla curcuma con triglie di scoglio; baccalà mantecato con olio extravergine e polenta di mais Rostrato di Rovetta. Qualche buon vino ma la cantina non è entusiasmante.

Trattoria Visconti

Prototipo di trattoria contemporanea che unisce i valori della tradizione alle attuali esigenze, sia alimentari sia di accoglienza. Il passaggio generazionale – l’insegna è attiva dal 1932 – è avvenuto in armonia e con miglioramenti continui e mirati sotto ogni profilo: dagli ambienti alla cura del servizio, passando naturalmente per la cucina che si è raffinata senza perdere di vista tradizione e gusto.

Piatti iconici la giardiniera di verdure di casa; i casoncelli alla maniera di nonna Ida; il coniglio al forno servito con la polenta ottenuta dalla farina di mais coltivato nel grande orto visibile dal gradevolissimo dehors estivo (da lì provengono anche le verdure che danno vita a piatti che variano seguendo il ritmo delle maturazioni degli ortaggi). Secondo stagione ecco poi la trippa; il bollito misto con le sue salse; le tagliatelle con ragù di pecora; i tortelli al ragù di lago; il risotto allo stracchino e riduzione di Moscato di Scanzo; i nosecc (involtini di verza in salsa di pomodoro); il chisöl, una sorta di crêpe con farina di grano saraceno e cuore di Formai de Müt e tartufo nero locale; la guancetta di manzo brasata. Più dei dolci fanno gola per finire i formaggi della bergamasca, da scegliere da un carrello sempre ben fornito.

Una meraviglia la cantina, dotata persino di piccoli caveau a disposizione della clientela affezionata: lì decine di migliaia di bottiglie selezionate con competenza vengono conservate a temperatura controllata. Alla carta percorso completo a 50 euro.

Antica Osteria dei Camelì

La storica trattoria (oltre centocinquant’anni di attività) è stata trasformata, nel corso del tempo, in un ristorante di classe che rappresenta la quintessenza della qualità. Il servizio appannaggio di Camillo Rota è attento e scrupoloso; la cucina della moglie Loredana lo è altrettanto, con punte di eccellenza assoluta per i primi piatti di pasta fresca ripiena (i casoncelli sono al top). Si può iniziare con la perfezione della terrina caramellata di fegato d’anatra; poi tra i secondi (equamente divisi tra terra e acqua) spiccano il fritto (leggero) di mare e le animelle di vitello, servite con scalogni glassati e crema di carote. Ottimi formaggi e dolci d’alta scuola come la mousse leggera di cioccolato fondente con gelato alla liquirizia e mandorle «albumate». Cantina profonda e minuziosa. Menu a 80 euro; alla carta oltre i 100.

Al Carroponte

La definizione di «eno bistrò» va stretta a questo locale che riprende nell’insegna l’attrezzatura dell’officina che fu, rimasta a caratterizzare l’arredo dell’ingresso. Moderno, accogliente, poliedrico, l’ambiente è l’ideale per una sosta, sia essa ai tavoli in stile winebar piuttosto che a quelli impreziositi dalla mise en place da ristorante. Tutto all’insegna della qualità assoluta dei vini che Oscar Mazzoleni seleziona con rara competenza (la lista delle etichette, anche in mescita, è infinita, da guinness dei primati). Della cucina si fanno preferire i piatti collaudati come il lobster roll (pan brioche farcito di astice) e il «carroburgher» (hamburger di manzo in pane al sesamo). Notevoli anche le selezioni dei crudi di mare, dei salumi e dei formaggi. Percorsi di degustazione da 55 a 80 euro; business lunch a partire da 15 euro, e tante serate a tema dedicate a vini di pregio.

Lio Pellegrini

La sacrestia che fu, tra muri del Seicento, è dal 1984 il regno di Giuliano Pellegrini, eccentrico cuoco-patron dotato di gusto non comune. Lo si legge negli arredi come sopra i tavoli (e pure nel sorprendente giardino sul retro) di un ristorante che è un concentrato di bellezza, non casualmente ubicato tra musei d’Arte antica e moderna. Di gran gusto anche i piatti di una carta ampia e variegata, nella quale si evince l’imprinting delle origini toscane: ragù a condire fettuccine e ravioli; zuppe varie si alternano secondo stagione (in testa la ‘garmugia’); fritto alla toscana; piccione arrostito e disossato con le sue frattaglie. Dal mare: spaghetti con telline e bottarga di muggine; sogliola alla mugnaia con purea di patate. Cantina ricca in profondità di annate. Alla carta non meno di 120 euro; per settimana colazione di lavoro a 45 euro. Disponibile una camera per prolungare la sosta.

Locanda Cece Simo

L’acquolina raggiunge l’apice leggendo nell’articolata carta la pagina degli «introvabili» che vede protagonisti i tagli del cosiddetto quinto quarto: rognoncino di vitello trifolato, cuore di manzo con mais, aglio e prezzemolo; fegato di vitello al burro e salvia; cotoletta di cervella con maionese al limone; animella di vitello alla brace con purè di patate; e perfino palle di toro al Fernet. Questi sono alcuni dei piatti forti della proposta di cucina messa a punto da Cesare Crippa e Simone Lorenzi (da cui Cece Simo), servita in un ambiente da trattoria contemporanea e giocosa. Per i meno ardimentosi: ottimi salumi (salame in pole position) e tartare; casoncelli e tortelli di Valeggio in brodo; coniglio con polenta e carni alla brace. Per gli enofili a disposizione tavoli immersi tra gli scaffali della fornitissima cantina. Sui 55 euro.

Osteria Al Gigianca

Sin dall’apertura patron Gigi Pesneti (è lui ‘il Gigianca’) aveva ben chiaro l’ideale gastronomico: la valorizzazione dei prodotti dei contadini e degli artigiani bergamaschi nei piatti della tradizione (come i casoncelli e il coniglio con polenta), ma soprattutto in quelli creati appositamente per farne risaltare qualità e identità, cercando abbinamenti stagionali con materie prime provenienti da altri territori. Così – per esempio – la carne di pecora Gigante viene lavorata a crudo in tartare con i carciofi di Albenga, mentre gli Agrì di Valtorta (piccoli formaggi a pasta acida) accompagnano il radicchio tardivo nella mantecatura del risotto. Ottima è la selezione di latticini della Val Brembana. Cantina di spessore. Due i menu: «Tradizione», a 55 euro, e «Identità» a 65 euro. Si rimane sui 60 ordinando alla carta.

Osteria Tre Gobbi

Il menu degustazione «Ritorno in Osteria» testimonia il cambio di passo avvenuto recentemente. La storica insegna dei Tre Gobbi, la più antica di Bergamo (qui ci veniva anche Donizetti), torna alle origini. Il proprietario, Marco Carminati, ha ripreso la guida dei fornelli, riproponendo la cucina tipica e del territorio che è nelle sue corde. Partenza a modo con il salame artigianale di buona fattura e lunga stagionatura (il profumo di muffa si fa sentire). Quindi ecco i casoncelli di «mamma e papa»: pasta bianca, ripieno solido, condimento ben fatto con annegamento nel burro fuso (buono). Il brasato di manzo è cotto a lungo nel vino con l’aggiunta del cioccolato. Sua maestà la polenta taragna può accompagnare le carni oppure costituire un corroborante piatto unico. Lista dei vini corposa; sia nella possibilità di scelta sia nei ricarichi. Menu da 60 a 75 euro; alla carta in media 55. A pranzo 30 euro.

Villa Elena

Nella bellezza della villa in stile rinascimentale Liberty posta sulla sommità del colle di San Vigilio, Enrico Bartolini ha trovato, con il contributo fondamentale del resident chef Marco Galtarossa, il contesto ideale per dare vita a un progetto di accoglienza di grande raffinatezza e al tempo stesso di golosa soddisfazione. Capolavori di alta scuola estetica regalano al palato esperienze gustative di armonica complessità: «creste di gallo, cavolo nero; chiocciole»; risotto al baccalà e liquirizia; «sanpietro, molluschi, caffè»; anatra alla brace; «noci e tè jasmine». Servizio di tono e cantina portentosa per numero e qualità di etichette. Solo menu degustazione stagionale a 220 euro (dieci passaggi); alla carta, scegliendo tre portate dal medesimo percorso, si spende 150 euro.

Osteria da Mualdo

Il bello dell’architettura industriale di Crespi d’Adda, villaggio che è Patrimonio Unesco, si sposa al buono nell’Osteria da Mualdo, insegna che accoglie gli ospiti in una cascina-laboratorio perfettamente ristrutturata dalla famiglia Colombo. Alla cura dell’ambiente (d’estate bel giardino sul retro) segue una proposta di cucina avvincente che si avvale di materie prime nel rispetto della stagionalità. Senza incertezze la carta spazia tra carne e pesce (anche crudité) e propone percorsi di degustazione completi a 60 e 85 euro (cinque e sette portate). In evidenza: merluzzo con lenticchie, cotechino e arancia; tagliolini «ital black» al nero di seppia con cipollina e caviale; animelle di vitello rosolate al burro con carote, kumquat e Valcalepio; lingotto al cioccolato fondente e fonduta al cioccolato bianco. Dal bancone accurata selezione di salumi e formaggi. Cantina centrata sui buoni classici.

Da Vittorio

In sintesi: il ‘luogo della gola’ per eccellenza della ristorazione italiana. Da Vittorio non ha paragoni: è altro, e con distacco. Tanto per cominciare la location, all’interno di un parco di dodici ettari (c’è tutto: camere, piscina, persino il vigneto e la planet farm per l’autoproduzione dei vegetali utilizzati in cucina). A fronte di tanto blasone, accoglienza ed atmosfera sono coinvolgenti: familiari e di classe.

E poi arriva il ‘carico da 90’: la cucina, che sa spaziare con estrema naturalezza tra preparazioni contemporanee, tecnicamente evolute, e la tradizione pura (si vedano i celeberrimi paccheri «alla Vittorio», non più in carta ma così richiesti che a ogni servizio vengono spadellati in sala). Piatti di raffinata opulenza, con materie prime che altri non hanno, o hanno solo occasionalmente: crostacei e pesci da record, e in stagione i funghi e i tartufi cui vengono dedicati menu speciali. Dal menu «carta bianca» (sedici portate a 400 euro) si segnalano al top: tacos di ricciola con verdure dell’orto verticale; granchio reale alla griglia con sugo di finocchio arrosto; risotto con scalogno al miso, agnello e cavolo riccio; bianco di branzino alla clessidra; sella di lepre à la royale. Memorabile – in chiusura – la sarabanda dei dolci, ulteriormente arricchita da carrelli stracolmi di golosità.

Servizio impeccabile e cantina (visitabile) fornita all’inverosimile e molto ben dotata anche in profondità di annate. Prezzi conformi al blasone: altri menu degustazione a 260 e 300 euro; alla carta in media 350.

Il Saraceno

Dimenticata fuori dall’uscio la location (ma il parcheggio è molto comodo), ci si immerge nell’atmosfera raffinata e rasserenante, con mise en place e servizio di classe, di quello che è uno dei regni del pesce di questa provincia che, pur essendo ben distante dal mare, ha saputo diventare, grazie a un fiorente mercato, un punto di riferimento nazionale per la cucina ittica.

Roberto Proto, cuoco e proprietario di origini amalfitane, la declina in piatti di sobria creatività che, nel corso degli anni, si sono evoluti in modo più tecnico e concettuale, con l’obiettivo di rinforzare la definizione di aromi e gusti. Tra le ultime creazioni: dripping partenopeo di polpo; «scampi e radici»; risotto agli agrumi con gamberi viola; bottoni di verza con canocchie e succo di zuppa di pesce; «astice blu, cavolfiore, capperi e limone»; «elogio alla pezzogna» in tre passaggi; tonno scottato con hummus di ceci, curry verde e «colore dell’orto». Dalla tradizione gli spaghettoni ai ricci di mare e il fritto di calamari, crostacei e lattuga di mare. Chiusura in dolcezza partenopea con il «sua maestà… o’ babà».

In sala la moglie Maria è responsabile di un servizio che, negli anni, è costantemente cresciuto in attenzioni e professionalità. Lista dei vini rimarchevole soprattutto per la selezione di bianchi e bollicine. Menu degustazione a 105 e 135 euro, rispettivamente di quattro e di sette portare. Alla carta a partire da 100 euro. Da martedì a venerdì business lunch a 35 euro per due portate.

Hosteria del Vapore

Il nome è presto spiegato: un tempo qui vi era una delle stazioni intermedie della linea del tram che collegava Bergamo a Sarnico. Da quasi un secolo il vapore è solo quello che sale dalle pentole dentro cui sobbollono i lessi e borbottano i brasati. Raccolta l’eredità di mamma Teresina, ai fornelli Paolo Berzi è oggi affiancato dalla moglie Monica, mentre il figlio Stefano, già campione italiano di sommellerie, è sempre più padrone dell’accoglienza e della cantina (plauso per la presenza di etichette non scontate). Passato, presente e futuro si ritrovano dunque sotto la storica insegna per un mix avvincente che unisce la tradizione gastronomica (paste fresche; trippa in casseruola; punta di vitello ripiena…) alla nouvelle vague enologica bergamasca (risotto al Moscato di Scanzo e Strachitunt). Sui 60 euro.

Osteria alla Grande

Osteria nel senso letterale del termine: una delle pochissime rimaste, fortemente legata alla tradizione. Un’osteria – come viene qui spiegato – è tale se propone cucina casalinga a prezzi bassi, instaurando un rapporto di familiarità con il cliente… E difatti, in questa insegna – tanto per dirne una – non si pagano pane e coperto. Siamo nel popolare quartiere di Baggio, il locale si sviluppa su due livelli: uno, piano strada, tappezzato di quadri, disegni e foto, può ospitare una ventina di persone, mentre la sala superiore, poco più grande, una trentina di coperti. In carta piatti milanesi, ma solo la sera, mentre a pranzo il menu fisso è a 12 euro. Dalla cucina serale oltre che mondeghili, trippa, cotoletta e ossobuco rigorosamente meneghini, anche ravioli, tagliatelle, pasta e fagioli, brasati, cacciagione, in porzioni generose. Pochi vini mediamente a meno 20 euro la bottiglia. Conto attorno a 25 euro.

Osteria Conchetta

Si respira l’aria delle antiche osterie meneghine in questo locale in zona Naviglio Pavese. La cucina è centrata sui classici di Milano, eseguiti alla perfezione, senza sbavature ma anzi con tecnica moderna e lodevole attenzione alla qualità delle materie prime. Se gli antipasti presentano una sontuosa selezione di salumi, è sui primi piatti che – in una vertigine di risi e risotti – il cuoco dà il suo meglio: all’onda con zafferano; alla pavese con borlotti e luganega; mantecato al Grana Padano… Non da meno sono i secondi: ossobuco; costoletta ‘orecchia d’elefante’; rustin negàa… Per una sosta più veloce da scegliere, fra i piatti unici, il risotto ‘alla Gianni Brera’ con brasato: ovvero saltato, con Barbera, luganega e borlotti. La cantina offre un ottimo ventaglio di buone etichette. 70 euro il menu degustazione di cinque piatti. Circa 50 andando alla carta.

Osteria del Balabiott

Il locale si affaccia con un dehors sulla verde e poco trafficata Piazza Vesuvio, nei pressi di Porta Vercellina. Gli ospiti sono accolti in una sala ben illuminata, arredata con mobili in legno tipici delle trattorie di una volta. Il nome lascia intendere la vocazione della cucina: piatti della tradizione milanese, spesso reinterpretati ma mai stravolti. In carta una trentina di portate, disponibili anche in mezze porzioni. Da assaggiare – per esempio – è il raviolo artigianale di rustin negàa, ovvero farcito di arrosto di vitello e servito con pancetta croccante. Dalla cantina una quindicina di vini in mescita ed etichette soprattutto del Nord. Vi sono due menu: di cinque piatti a 40 euro, e di undici a 65. Alla carta si sta sui 70 euro.

Osteria del Treno

L’insegna vanta una storia di oltre trent’anni ed è una delle rare osterie ancora presenti a Milano. Ma è comunque molto attuale, e si caratterizza come locale popolare che fa della qualità il proprio vessillo: gli ingredienti – infatti – provengono da piccoli produttori, aderenti ai Presidi Slow Food e al Mercato della Terra. La cucina si ispira principalmente alla tradizione milanese e lombarda, e offre piatti come risotti, ossibuchi, mondeghili e cassoeula, ma non mancano specialità provenienti da altre regioni italiane. I vini sono esclusivamente italiani, e si distinguono per l’ottimo rapporto qualità-prezzo. Il localecomprende diverse sale, tra cui un salone in stile Liberty per eventi e una veranda. A pranzo vengono serviti piatti del giorno, con un costo di circa 25 euro, mentre la cena offre una carta più variegata con un conto di circa 40 euro.

Osteria della Pasta e Fagioli

II locale, inaugurato nel 1975, è spazioso, si sviluppa in più sale e dispone di un dehors sulla strada che fronteggia tutte e quattro le sue vetrine. A conduzione familiare, questa trattoria propone una cucina tipica pugliese, perlopiù a base di carne. In una sala si impone il ricco banco buffet degli antipasti: con verdure, formaggi e salumi. Coerentemente con il nome dell’insegna in carta sono sempre presenti le casarecce trafilate al bronzo con fagioli cannellini, piatto che fa concorrenza a un altro grande classico: le orecchiette, proposte in più varianti. Se, fra i secondi, la specialità è la carne alla brace, soprattutto bovina ed equina, il mercoledì è proposta la tiella barese: riso, patate e cozze al forno. In cantina vini prevalentemente pugliesi. Il costo medio è di circa 40 euro.

Ratanà

Il ristorante (posto a breve distanza dai grattacieli di Porta Garibaldi e Porta Nuova), è situato all’interno di una struttura dei primi Novecento, in passato deposito ferroviario, e offre una spaziosa sala interna, arricchita da arredi in parte recuperati da elementi originali, e un ampio dehors. La cucina si approvvigiona presso fornitori di piccole dimensioni da tutta Italia e propone un’accurata scelta di piatti tipici milanesi e lombardi; ma non si limita a questi. Sicuramente da provare, in stagione, è il cappone ripieno con castagne tostate, purè di patate americane all’aglio, olio e peperoncino. Cantina ben fornita. È disponibile un menù degustazione di cinque portate al prezzo di 70 euro, mentre a pranzo si può ordinare la «schiscèta», ossia un piatto unico con acqua, caffè e un calice di vino, al costo di 24 euro. Alla carta si viaggia intorno a 65 euro.

Shoo Loong Kan

A Milano i ristoranti cinesi hot pot sono sempre più numerosi e apprezzati anche perché favoriscono la convivialità. Il servizio consiste nel versare in un’apposita pentola a più scomparti, posta nel centro del tavolo, brodi aromatizzati mantenuti in ebollizione nei quali, in stile fondue chinoise, i commensali cuociono fettine di carne, di pesce, ortaggi e funghi. Shoo Loong Kan è un ampio ristorante che negli arredi riproduce un villaggio cinese, e ha a suo favore un’elevata qualità degli ingredienti: dalle cappesante alla carne Wagyu. Inoltre (aspetto non secondario) efficienti aspiratori garantiscono la totale assenza dei vapori generati dai brodi in costante ebollizione. La cucina è del Sichuan per cui non mancano cibi piccanti e anche insoliti. Piccola selezione di vini, anche al calice, e di sake. Sui 35 euro.

Sine

Il locale è composto da un’ampia sala, una saletta e uno chef’s table. Il cuoco, Roberto Di Pinto, partenopeo, forte della propria tecnica culinaria, appresa anche in Francia, in Giappone e in numerosi altri Paesi, si muove in una dimensione di libera creatività. Dalla carta traspare internazionalità, ma anche napoletanità: in questo senso un piatto fusion sono i ravioli ripieni di coniglio all’ischitana con funghi e miso d’orzo. In cantina circa quattrocento etichette, alcune disponibili al calice, con particolare attenzione ai vini campani, oltre a una selezione di Champagne. La carta, che elenca una dozzina di portate, è affiancata da tre menu degustazione: «Sine Tempore» (omaggio a Napoli), «Sine Confini» (l’evoluzione) e «Sine et Statis» (l’attualità), rispettivamente a 110, 135 e 155 euro, mentre à la carte due portate a 90 euro, e tre portate a 120 euro.

Speronari Suites – El Porteño Gourmet

In una vietta storica, in pieno centro, si affaccia questo locale che è argentino non solo nella proposta culinaria, ma anche negli accurati arredi. Infatti le sale sono caratterizzate da mobili e motivi decorativi propri delle case sudamericane del secolo scorso, tutti importati direttamente dalla madre patria. Per ambientare ulteriormente l’ospite in questa atmosfera alle pareti vi sono fotografie ispirate al tango e al polo. La proposta gastronomica riproduce la cucina argentina più attuale, talvolta con contaminazioni italiane. Scorrendo la carta vi sono primi piatti italiani con una ‘nota’ sudamericana, come il mediterraneo pacchero di mare con ristretto di polpo e salsa chimichurri. Ampio spazio è dato alla parilla. La carta dei vini vede soprattutto referenze italiane e argentine. Conto sui 70 euro.

Torre

Il ristorante è situato al sesto piano dell’asimmetrica Torre Prada. L’ambiente, dominato da preziose opere d’arte contemporanea, si articola su tre livelli leggermente sfalsati, e dispone di uno chef’s table e di una terrazza che offre un’ampia vista sulla città. La proposta culinaria del cuoco, Lorenzo Lunghi, prende spunto da preparazioni della tradizione italiana rielaborate con estro: i sapori sono sempre garbati ed equilibrati, talvolta con un piacevole contrasto dolce-amaro che genera armonie. In carta un richiamo alla milanesità lo fornisce l’attrattivo «risotto Torre»: con salsa di crostacei allo zafferano e gamberi rossi crudi. Fornita cantina e grande scelta di cocktail dal bar. A pranzo vi è una carta dedicata: il conto per due portate è di 55 euro, per tre di 75. È poi disponibile il menu degustazione a mano libera di sette portate a 120 euro. Alla carta si spende circa 90 euro.

Torre di Pisa

Il ristorante si trova a Brera, affacciato con numerose vetrine su una vietta nel cuore del quartiere. È un locale con una lunga storia da raccontare: ha conosciuto gli anni del boom, quelli della Milano da bere, il passaggio di millennio ed è arrivato a oggi con una compiaciuta aria d’antan. L’ambiente, formato da sale e salette, non è mutato: il pavimento di mattonelle, le boiserie, i tavoli ravvicinati propri delle trattorie del secolo scorso… Insomma, è tutto come un tempo. La cucina è toscana, con qualche inserto milanese, come il risotto e la cotoletta, ma non mancano la carbonara e la puttanesca che piacciono sempre. I piatti della tradizione regionale, dai pici ai cantucci passando per la fiorentina, sono rimasti. Da provare i tortelloni di magro fatti in casa al burro e formaggio. Buona carta dei vini. Sui 60 euro.

Trattoria del Nuovo Macello

Questa trattoria (ove si respira l’atmosfera delle trattorie del tempo passato) ha le carte in regola per definirsi ‘storica’ perché ha aperto i battenti nel 1928, radicandosi perfettamente nel quartiere. Era infatti la cucina dei lavoratori dell’antistante macello e anche, grazie ai prezzi popolari, del rione. Settant’anni dopo i nipoti dei fondatori hanno preso in mano la gestione, organizzando una carta più ampia, con piatti attualizzati e note innovative, pur rispettando la matrice originaria del luogo. Le specialità milanesi non mancano: dai mondeghili alla cotoletta, con un’attenzione particolare alla qualità degli ingredienti. Tra i piatti forti la trippa di manzo con fagioli dall’occhio, aneto e Parmigiano. Cantina con forte componente di vini rossi lombardo-piemontesi. Menu degustazione di quattro portate a 57 euro. Colazione di lavoro a 23. Sui 65 euro ordinando alla carta.

Trippa

Vi è una movida, che interessa le strade contigue a Piazzale Medaglie d’Oro, che seppur meno nota di quella di altre zone della città, permette comunque di trascorrere allegramente la serata dall’aperitivo al dopo cena. L’epicentro di questa movida è proprio Trippa, che potremmo definire come trattoria di ‘nuova generazione’ (ma con in cucina una brigata da ristorante). L’ambiente è conviviale e informale, con tavoli e sedie di legno distanziate quanto basta, fotografie e poster alle pareti. Qui sono stati realizzati piatti che hanno ormai trovato una certa diffusione: semplici, come il midollo alla brace, e più complessi, come il vitello tonnato con salsa sifonata. In stagione da non perdere è il cardo gobbo trifolato accompagnato da animelle di vitello, bagna cauda e cedro pane. Piccola carta dei vini con proposte al calice. Sui 60 euro.

Verso Capitaneo

Davanti agli ospiti, che hanno la sensazione di una full immersion in cucina, le quattro mani dei fratelli Remo e Mario Capitaneo danno vita a capolavori che rimangono a lungo impressi nella memoria gustativa. Gli ingredienti si fondono in sinfonie di sapori che la tecnica riesce a mantenere integri. Dell’ultimo percorso degustazione assaggiato (sette portate a 220 euro) a colpire le papille gustative sono state in particolar modo l’animella di vitello con ricci di mare e bernese al caffè; ravioli di funghi, anguilla affumicata e ristretto di pollo agli agrumi; e il germano con grano saraceno al grué di cacao e salsa d’ibisco. Dalla carta invece la zuppa di aragosta bretone con carciofi d’Albenga e cedro piretto (singola portata 130 euro). Ottima cantina. Ambiente mininal-elegante in un palazzo con affaccio su Piazza Duomo.

Wicky’s

Vicinissimo alla centrale Piazza Missori, il ristorante si sviluppa in due sale: una affacciata sulla strada e la seconda, più interna, con cucina a vista e banco sushi. L’arredo è minimale, in stile giapponese, così come la cucina, che si fonde con quella mediterranea talvolta includendo spunti di altre parti del mondo. E mediterranei sono necessariamente alcuni ingredienti ittici, a partire dai gamberi rossi di Mazzara del Vallo. Lo chef Priyan Wicky non fa mancare accostamenti audaci, come il «carpaccio pecora» nel quale fettine di salmone sono abbinate a pecorino sardo stagionato. Ricca cantina, con vasta selezione di sake. Tre i menu degustazione omakase (che significa «affidati al cuoco») di otto portate a 110 e a 120 euro, e di undici portate a 150. A pranzo è proposto il «Tachibana Bento Box» a 30 euro. Alla carta si spende circa 90 euro.

Due Spade

Il ristorante è ospitato in una storica filanda, che conserva intatto il proprio fascino. Al centro della sala spicca una ciminiera, elemento caratteristico che domina l’ambiente caratterizzato da travi, rivestimenti di legno e mattoni a vista. La cucina propone piatti di chiara ispirazione nazionale, ma non solo, alternando ricette tradizionali a creazioni più attuali. Accanto a pietanze regionali, come lo stracotto di reale di manzo con polenta e cipolle al forno, ve ne sono altri più ‘esotici’, come il tataki di pesce spada con daikon e avocado. Ricca cantina. Bella la veranda. Sono disponibili tre diversi menu: «Degustazione», di sette portate a 55 euro; «Pesce e Bollicine», sei portate con bottiglia di Franciacorta a 130 euro (per due); «Funghi e Formaggi» (dal martedì al venerdì) quattro portate a 40 euro. Sui 60 euro.

D’O

Davide Oldani è il cuoco che, in Italia, più di tutti gli altri, ha ricercato e riflettuto su un’idea di cucina sì d’autore (con tutto quello che ciò implica e significa) ma al contempo accessibile, comprensibile e ‘riferibile’ a tutto ciò che c’è intorno (quell’universo complesso fatto di tradizioni, stratificazioni, stagioni, usi che mutano…). Ciò significa che se da un lato la sua cucina è «pop» (questa la definizione che lo stesso Oldani ne dà), dall’altro è estremamente ‘pensata’. Tanto pensata che nulla è lasciato al caso: nemmeno le stoviglie, i bicchieri, i tavoli, le sedute… (sono molteplici le collaborazioni del cuoco con importantissime aziende di design).

Anche i piatti vivono questa ‘doppia dimensione’: diretti e chiari si esprimono con pienezza di gusto, puntando su una materia prima di qualità, lavorata con tecnica e con altrettanto rispetto. Ma, al di là della loro piacevolezza (per intendersi: sono tutte pietanze da bis), hanno una profondità di pensiero leggera e gioiosa. Come nei casi del risotto mantecato con crescione, fragole agli agrumi, fiori eduli e coscetta di rana fritta, del lucioperca confit con salsa mugnaia, capperi, limone e caviale, e del piccione cotto in crosta di tagliolini farcito con la sua coscia sfilacciata e il suo fondo, funghi e zucchine. Piatti superbi che conquistano pure per la maestria nel calibrare quasi impercettibili note acide che, senza nauseare, allungano le percezioni. Immancabile la cipolla caramellata (uno dei signature dish di Oldani), di volta in volta declinata in modo differente.

La carta dei vini, in mano a un professionista del calibro di Manuele Pirovano, è un oculato capolavoro di ricerca. Il consiglio è quello di affidarsi proprio a lui: vi farà bere benissimo. Il servizio è giovane e sorridente. Menu degustazione a 170, 190 e 210 euro. Alla carta, a pranzo, 115 euro per tre piatti e 145 per quattro.

Olmo

In mezzo della piazza di San Pietro all’Olmo c’è – nomen omen – uno svettante olmo, al quale Davide Oldani è molto affezionato. Questa maestosa pianta dà il nome alla ‘nuova’ creatura di Oldani, aperta proprio in faccia a D’O. Si tratta di un piccolo ed estremamente curato locale – quattro tavoli e una manciata di posti al bancone, davanti alla cucina a vista – che offre un unico menu degustazione, preparato dal giovane e valentissimo Riccardo Merli.

I piatti riprendono la tradizione regionale italiana, in particolar modo quella riferibile alla Lombardia, al Piemonte e alla Liguria. Con espressività, stando attenti all’esaltazione dei prodotti di stagione, ecco quindi che gli stracci di grano duro, patate, cornetti diversi e pesto convincono per piacevolezza di sapori e consistenza mentre il polletto alla Marengo con gamberi e pomodoro Marinda (davvero d’alta scuola) conquista per finezza e precisione. C’è infine una espressività diretta che, fra incroci e mimesi (come – per esempio – nel caso dell’asparago gratinato alla milanese con zafferano e Monte stravecchio: una centrata rivisitazione del binomio asparagi e uovo), rapisce per efficacia e armonia complessiva.

La carta dei vini è ristretta alle sole etichette lombarde ma, a disposizione, per coloro che lo desiderano, c’è sempre la mastodontica selezione di D’O. Servizio giovane, solerte e sorridente. Il menu ha un ottimo rapporto qualità-prezzo: è offerto a 120 euro; che a pranzo possono diventare 65 se si opta per il percorso breve.

Antica Trattoria del Gallo

Da oltre un secolo e mezzo – la fondazione di questa insegna data al 1870 – la famiglia Gerli conduce, di generazione in generazione, questa trattoria di campagna, nel tempo mutata da osteria a luogo di raffinata accoglienza. Ciò che non è però cambiato è l’atmosfera che è rimasta fedele all’archetipo di solida tavola familiare, legata a una cucina di territorio e di tradizione.

Sono le ricette e gli usi gastronomici tipici a scandire una carta che, secondo stagione e reperibilità degli ingredienti (ottimi: perché qui sulla qualità non si transige), offre un ampio ventaglio di piatti, eseguiti con grande cura. Ecco quindi, debitamente attualizzati, alleggeriti e ingentiliti, il cotechino nostrano con lenticchie, il trancio di lingua salmistrata con spuma di patate e salsa verde, i ravioli di vitello al burro versato e Parmigiano Reggiano, il riso al salto con fonduta di Parmigiano Reggiano e ragù bianco di vitello (sublime!) e il pollo alla diavola (da sempre ‘piatto vessillo’ del locale).

Un altro atout di questo luogo di piacere è la cantina, che è davvero imponente: ricca di importanti etichette sia italiane sia francesi, offerte a prezzi corretti. Il servizio è di amabile cortesia. Il conto si attesta sui 50 euro. La prenotazione, nei fine settimana soprattutto, va effettuata con largo anticipo.

Antica Osteria Magenes

Giungere a Barate di Gaggiano, un borgo che probabilmente ha meno abitanti di quante non siano le lettere che ne compongono il nome, può offrire sensazioni diverse a seconda della stagione: porto sicuro tra le nebbie, isola felice negli allagamenti delle risaie, posto di ristoro nella canicola estiva. Non a caso l’Osteria alberga proprio qui da lungo tempo, con abiti differenti e differenti vocazioni nel corso del tempo. Riprendendo l’attitudine familiare all’accoglienza e alla ristorazione, Dario Guidi – ai fuochi – e suo fratello Diego in sala hanno preso per mano l’attività di famiglia e anno dopo anno l’hanno plasmata a loro immagine e somiglianza.

Dario percorre con piglio volitivo e a tratti spregiudicato i sentieri della contemporaneità, affrontando spesso con ironia e senso ludico tecniche, contaminazioni e innesti di ogni genere. Non ci si dovrà sorprendere quindi di fronte a piatti grandi quanto un francobollo, densi di aromi e sapori al livello massimo di concentrazione, né a forme inconsuete se non addirittura favolistiche, ma sempre funzionali a risultati di gusto, come – per esempio – il bao con cassoeula d’anatra e chili dolce o il magnifico «carcio fritto con due temperature di pecorino», in crema e in gelato.

Punto a favore per la cantina che Diego espone con partecipazione, dispensando validi consigli così come abbinamenti sorprendenti. Il servizio è precisissimo e solerte, la sala racchiusa tra cristalli che uniscono più che dividere dallo spazio esterno: un curato giardino. Si può scegliere tra due ‘giochi’, da dieci e quindici corse, rispettivamente da 90 e 120 euro. Alla carta le proposte più convenzionali ma non meno buone, per un conto che si attesta sugli 80 euro.

Hotel Excelsior Gallia – Terrazza Gallia

Storica insegna dell’hôtellerie milanese, il Gallia è stato riaperto una decina di anni orsono completamente rinnovato. La proprietà qatariota ha affidato il ristorante, posto al settimo piano – splendida terrazza estiva con vista su Piazza Duca d’Aosta – alla famiglia Cerea del blasonatissimo Da Vittorio. Non una gestione diretta ma una consulenza che ha portato ai fornelli del Gallia i fratelli Lebano, Antonio e Vincenzo. Proposta gastronomica originale, essenzialmente mediterranea ma con tocchi fusion: pasta in zuppa di pesce con tartare di triglia, tapioca e plancton; risotto alla Cipolla di Giarratana con crudo di gamberi rossi, alghe croccanti e limoni canditi. C’è naturalmente molto altro, compresi i classici di Da Vittorio e la celeberrima sarabanda di dolci. Prezzi certo non popolari ma ragionevoli pensando a lusso e qualità: menu degustazione «Alla scoperta» da otto portate a 100 euro.

Hotel Milano Verticale UNA Esperienze – Ristorante Anima

Il ristorante è situato all’interno dell’hotel Milano Verticale UNA Esperienze. La cucina è affidata allo chef Michele Cobuzzi, sotto la supervisione e con la firma di Enrico Bartolini. L’ambiente è ampio e accogliente, dotato di un bar che offre una selezione di cocktail abbinabili ai piatti. La cucina, raffinata, si ispira alla tradizione italiana attualizzandola, senza rinunciare a preparazione dall’anima internazionale come la royale di foie gras con scampo e frutto della passione. Intriganti le proposte di mare come «rombo chiodato, lemongrass, vaniglia e salsa di cozze». Buona cantina. Due i menu, a 140 e 170 euro. È inoltre possibile ordinare i piatti singolarmente dai menu, partendo da 120 euro per tre portate.

Hotel Mandarin Oriental – Seta

Seta non è solo uno dei migliori ristoranti di Milano. Ma dell’intera Italia. E non solo per la raffinatezza, di tratto internazionale, dei suoi ambienti. Piuttosto che per il servizio, diretto da Manuel Tempesta: coinvolgente e curiale al contempo. Ma soprattutto per la sua cucina: emozionante e autoriale, espressiva e fascinosa.

Il merito è tutto di chi guida i fornelli, lo schivo Antonio Guida, un cuoco che è capace di intrecciare lo stile classico (la sua conoscenza dell’haute cuisine francese e dei cardini della cucina regionale italiana è profondissima) a spunti internazionali, senza cadere né nel vacuo fusion né nel virtuosismo tecnico fine a se stesso. Ecco quindi che, ponendo ben al centro la qualità della materia prima, il rispetto della stagionalità, la ricerca della pulizia e del gusto, le sue creazioni si muovono dall’astice blu arrosto con bagna cauda, seppia e bisque al caffè e vaniglia, all’anguilla al vino rosso e fegato grasso con salsa al rosmarino, passando per il manzo con lumache, cavolo nero e radicchio. I piatti di cacciagione, ai quali in stagione è dedicato uno specifico percorso, sono poi degli autentici capolavori: la lepre à la royale – per esempio – in niente vale meno di quelle che si possono gustare nelle più importanti maison parigine.

La cantina è mastodontica e snocciola, come in un rosario, tutto il meglio della produzione enologica mondiale (a prezzi adeguati al contesto). Menu degustazione da 230 a 330 euro; colazione di lavoro, per settimana, a 95 euro. Alla carta due portate e un dolce costano 160 euro.

Hotel Principe di Savoia – Acanto

L’hotel Principe di Savoia è la migliore struttura alberghiera di Milano. Il merito è del suo direttore – Ezio Indiani – che da vent’anni lo guida con passione e discrezione. Anche sul fronte della proposta ristorativa il Principe di Piemonte si pone ai vertici cittadini. E lo fa con la sua insegna: Acanto, un locale fine ed elegante che, in spazi moderni e fascinosi, ma al contempo caldi e avvolgenti, propone una cucina di grande fattura e di altrettanto grande piacere.

Alla guida della brigata c’è Matteo Gabrielli che, con capacità e ottima tecnica, si destreggia fra alcuni classici meneghini (per esempio il risotto allo zafferano con ossobuco e la sua gremolada e la costoletta di vitello alla milanese) e piatti di più ampia tradizione regionale, all’uopo impreziositi e alleggeriti. Gli spaghettoni all’aglio, olio e peperoncino con polpo – per esempio – sono un capolavoro di gusto e di piacere. Mentre la perfetta cottura del branzino al sale (pulito e sporzionato al guéridon) esalta tutta la freschezza del pesce. Non mancano pietanze più internazionali, come il francesizzante lingotto di fegato grasso con nocciole, pere al Sauternes e pan brioche. Dolci di ottima fattura.

Il servizio è attento e sorridente. La carta dei vini, che spazia dall’Italia alla Francia, è ampia e a prezzi corretti. Il menu degustazione è offerto a 125 euro (a 180 con vini abbinati), mentre per due piatti e un dolce il conto si attesta intorno a 110 euro.

Hotel Park Hyatt – Pellico 3

Il ristorante si trova al piano strada dell’elegante hotel Park Hyatt, situato nel cuore della città, a pochi passi dalla Galleria Vittorio Emanuele II. La cucina, guidata dal giovane chef Guido Paternollo, propone piatti dall’esprit mediterraneo, utilizzando salse realizzate con tecniche di alta scuola, e ha la capacità di nobilitare gli ingredienti più poveri. L’origine meneghina del cuoco si evince dal menu degustazione «La mia Città», un percorso di quattro portate a 120 euro, che vede un inedito filetto di manzo (anziché di vitello) alla milanese. Alla carta, tra le preparazioni ittiche, da provare il complesso spaghetto acido con emulsione di vongole, vongole veraci e calamaretto spillo. Poderosa e ben strutturata è la cantina con referenze internazionali, soprattutto francesi. Si spende circa 130 euro.

Hotel Una Cusani – Il Cairoli

Il ristorante, ospitato al piano terra di un elegante albergo, si affaccia con un’ampia vetrata su Largo Cairoli, con il Castello Sforzesco sullo sfondo. In carta piatti della tradizione regionale si alternano a proposte più internazionali e gourmet (anche a base di pesce): entrambi sono eseguiti con mano sicura e grande attenzione tanto all’esaltazione del gusto (la materia prima è di qualità) quanto all’equilibrio fra gli elementi. Delicate e saporite al contempo risultano – per esempio – la cappasanta piastrata con salsa alla nocciola e brunoise di mela verde al miele di castagno e il trancio di ombrina alle verdure. Agile carta dei vini con una quindicina di etichette in mescita. Menu degustazione dedicato a Milano: tre portate con calice di vino a 50 euro. Altrimenti, ordinando à la carte, il conto si attesta sui 65 euro.

Il Baretto Milano

L’ingresso al ristorante si trova in una delle strade più prestigiose della città, nel cuore del quartiere della moda. La struttura è raffinata, accogliente, ispirata all’eleganza britannica, caratterizzata da boiserie e sedute di pelle, con giardino esterno aperto anche all’ora dell’aperitivo. Per quanto la cucina si definisca «milanese», è limitativo considerarla tale. La carta, infatti, elenca anche preparazioni internazionali o, coerentemente con il tono lussuoso del locale, sontuose come l’aragosta in salsa rosa mentre in stagione il tartufo è di casa. Per quanto riguarda il côté meneghino non manca il risotto con pistilli di zafferano. La carta dei vini include un’ampia selezione di etichette italiane, affiancata da vini francesi e una scelta di Champagne serviti anche al calice. Il costo medio è di circa 100 euro.

Il Liberty

Il locale si trova a Porta Nuova, e si sviluppa in più sale arredate in stile vagamente nuovayorchese, con mattoni a vista. Lo chef, nonché proprietario, Andrea Provenzani, è autore di una cucina che guarda alla tradizione regionale italiana riletta alla luce di spunti innovativi, ma non mancano contaminazioni, talvolta orientali, come nel caso dei gyoza al doppio calamaro e mais dolce alla vaniglia e zenzero, con farcitura di calamari al nero. Più tradizionali la guancia di vitello laccata al vino rosso con verdure di stagione e le preparazioni di impronta milanese. Cantina con numerose etichette di piccoli produttori. Tre sono i menu, tutti di cinque portate, offerti a 80 euro, che salgono a 95 con due calici di vino in abbinamento. Alla carta circa 80 euro.

Il Luogo di Aimo e Nadia

Il locale è uno dei caposaldi della storia della ristorazione milanese. Fu inaugurato nel 1962, con tanto entusiasmo e speranza, da Aimo Moroni e da sua moglie Nadia, in una via che all’epoca era molto periferica, a Ovest di Milano. Ma lo stile di cucina, oltre alla cura per la qualità della materia prima, ricercata nei luoghi di origine, e alla stagionalità (attenzioni che all’epoca nessuna aveva), decretarono presto il successo di questa insegna, che divenne presto il punto di riferimento dei buongustai milanesi prima e di tutta la regione poi.

All’inizio del nuovo millennio è avvenuto con successo il passaggio di testimone dai fondatori alla figlia Stefania e ai cuochi Alessandro Negrini e Fabio Pisani che hanno saputo dare continuità alla filosofia gastronomica originaria. Pertanto qui la tradizione continua a esprimere il meglio di sé. Non si pensi però a una ripetizione acritica di piatti classici, quanto piuttosto a una interpretazione autoriale delle differenti identità territoriali della nostra Penisola, rilette alla luce di tecniche moderne e spunti innovativi. Di grande raffinatezza e di bontà aristocratica è – per esempio – il riccio di mare con uovo di quaglia, morbido di patate della Sila e caviale. Intenso e gustoso è pure l’«Omaggio a Milano»: tortelli farciti di ossobuco di Fassona e midollo nel suo ristretto allo zafferano sardo e Parmigiano. Intramontabili gli spaghettoni di grano duro al cipollotto fresco e peperoncino con filo d’olio e basilico ligure.

Grande cantina di respiro internazionale. Servizio eccelso, diretto da Nicola Dell’Agnolo. Due i menu: entrambi a 260 euro. Alla carta due piatti più dolce a 180 euro.

Iyo

La ristorazione giapponese a Milano è sempre stata di alto livello qualitativo, e Iyo, sin dalla sua apertura, nel 2007, si è subito fatto notare per l’eccellenza della propria offerta, capace di intessere cucina nipponica e stile italiano all’insegna di una proposta fusion di grande piacevolezza. Il riscontro è stato immediato e, da allora, il successo di questa insegna elegante e cosmopolita non solo non ha accennato a diminuire, ma è cresciuto costantemente.

L’intraprendenza di Claudio Liu, il proprietario (che in città ha poi aperto più ristoranti, tutti di alto profilo), ha dato a Iyo una distinzione che si palesa non solo nell’esecuzione dei piatti, realizzati con materie prime preziose e tecniche raffinate, ma anche nella loro presentazione, impeccabile e armonica. La carta offre un’ampia selezione di pietanze, come gli storici ika somen (calamaro sfrangiato, uovo di quaglia, caviale, verdure e salsa soba dashi); toro sumiso (ventresca di tonno scottato, karashi sumiso, yuzu kosho e caviale); amaebi abura (gamberi rossi scottati, olio al sesamo e yuzu soia).

La carta dei vini, supervisionata con professionalità estrema da Danilo Tacconi, conta circa ottocento etichette e una ricca selezione di sake. Tre i menu degustazione: «Condivisione», per una cena conviviale con piatti in sharing (a 138 euro); «Classico», ovvero la storia del ristorante attraverso i suoi piatti a partire dall’apertura a oggi (a 148 euro); «2025», con le creazioni più recenti (a 158 euro). Sui 150 euro ordinando alla carta.

Innocenti Evasioni

Il locale è un’oasi di tranquillità. L’ambiente spazioso si articola in diverse aree, illuminate da ampie vetrate che affacciano su un giardino piantumato (dove si cena nella bella stagione e dove sono presenti un orto e due alveari), e offre un’atmosfera davvero rilassante. L’arredamento è minimale, ma accogliente, capace di coniugare eleganza e semplicità. La cucina è stagionale con molti piatti ispirati alla tradizione italiana, come i maccheroncini al torchio con «ragù̀ ricco alle tre carni e funghi di stagione». Cantina ben fornita, con anche etichette francesi e tedesche. Quattro i menu degustazione: di sei portate a 100 euro; di sei mezze porzioni a 80 euro; di quattro piatti storici a 75 euro e, dal lunedì al giovedì, «Rustico & Gourmet», di tre portate più un calice di vino, a 48 euro. Conto per tre portate 70 euro, per quattro 90 euro.

L’Alchimia

L’Alchimia ha due anime, il lounge bar che si affaccia sulla strada e il ristorante composto da due sale comunicanti e due salette private da otto e da sedici coperti. Nelle due sale principali mattoni a vista e arredi di legno massello si alternano per dar vita a un ambiente rustico chic. Dalla cucina piatti sia classici, con qualche tocco creativo, anche della tradizione milanese (sempre in carta risotto e cotoletta), sia innovativi, con nuove sperimentazioni. Denominatore comune è la ricerca della qualità delle materie prime. Nella carta invernale vi sono anche piatti di cacciagione come la sella di capriolo con salsa civet e crema di zucca e Whisky. Cantina ben fornita con referenze estere. Menu «Senza tempo Alchimia» (cinque portate di piatti storici del ristorante a 95 euro), sui 100 alla carta.

La Brisa

Situato nel cuore del centro storico, il locale prende il nome dalla strada che si affaccia sulle rovine romane dell’antico palazzo imperiale. L’ambiente si articola in tre spazi distinti: le sale interne, arredate con tavoli e sedie di legno vintage, quadri e fotografie, la veranda e il giardino piantumato con tigli secolari e piante rampicanti. Le preparazioni si ispirano alla cucina italiana, senza però limitarsi a questa, e sono attente alla stagionalità: la carta, pertanto, cambia periodicamente. Un piatto gustoso è il maialino da latte croccante con foglie di senape, peperone corno, mostarda di mele e sugo d’arrosto alla saba. Cantina con etichette estere e scelta di vini al calice. A pranzo è proposto un menu di due portate a 38 euro, mentre la sera si può scegliere il menu di cinque portate, a di 68 euro. Alla carta si va sui 70 euro.

La Bullona

Questo locale, nella sua unicità, è in qualche modo spettacolare, sia per la location, una stazione ferroviaria con tanto di facciata Liberty, dismessa dal 2003, sia per gli arredi sfarzosi. Gli ampi spazi si sviluppano in due sale principali. Il ristorante, oltre che di un imponente cocktail bar, dispone di un lunghissimo bancone dedicato ai crudi di pesce con un ampio repertorio di frutti di mare che comprende più varietà di ostriche e ricci, ma anche crostacei (inclusi i celebrati gamberi Carabineros), tartare, sashimi e via elencando. Dalla cucina piatti con preparazioni che contemplano italianissime paste, come i mezzi paccheri piccanti con vongole e cime di rapa, e secondi con spunti internazionali, compreso un piccolo repertorio di tempura. Carta dei vini con Champagne e altre etichette estere. Conto sui 100 euro, che levita ordinando molluschi e crostacei.

La Pobbia 1850

La Pobbia nasce come locanda di posta, sulla strada verso Novara, a metà dell’Ottocento. Tranne che per i giusti ammodernamenti, il fascino del luogo è rimasto immutato, articolato com’è in numerose sale, e con un bel giardino interno. La cucina non deraglia di molto dai canoni tipici meneghini. La proposta, eseguita con cura e con ingredienti di buona qualità, affianca ai classici cittadini, come il risotto allo zafferano, l’ossobuco, la cotoletta, altre pietanze più stagionali, come il flan di zucca con crema di latte e granella di amaretto e i tagliolini con code di gamberi e carciofi. La cantina privilegia le etichette rosse di provenienza lombarda e piemontese, ma non solo. Il servizio è attento e cortese, anche nelle serate di punta. I prezzi sono giusti: per due piatti e un dolce si spende all’incirca 50 euro.

Langosteria Cucina

Il ristorante è l’ultimo nato del gruppo Langosteria che conta diverse sedi, di cui quattro a Milano: questo è il più ambizioso della catena. L’ambiente è molto raffinato con richiami allo stile giapponese, essenziale e minimale, con divanetti che formano più nicchie, uno chef’s table per quattro persone e un bancone che domina la sala. La cucina propone preparazioni ricche e preziose, a base di pesce di mare, come le cappesante alla brace con caviale, oltre a un buon repertorio di crudi che comprende ostriche, crostacei e molluschi. La cantina punta tutto su etichette blasonate (a prezzi adeguati al contesto). Menu degustazione di otto portate a 148 euro. Come alla carta.

Le Nove Scodelle

Se si vuole conoscere la cucina del Sichuan, regione cinese posta nel Sud-Ovest della Cina, Le Nove Scodelle è l’insegna giusta. Con due avvertenze però. La prima è che questo locale è più un bistrot che un ristorante (i tavoli sono piccoli e le sedute scomode). La seconda è che qui i piatti sono piccanti, alcuni davvero tanto (troppo per i nostri gusti occidentali). Ciò detto però alcuni piatti sono davvero esperienziali: le puntine di maiale disossate, infarinate con macinato di riso speziato e cotte al vapore sono gustosissime. Così come il «tofu casereccio» stufato in wok con peperone, cipollotto, zenzero e pepe del Sichuan. Al limite dell’‘infuocato’ è il manzo in zuppa piccante con verdure, zenzero ed erba cipollina. Cantina essenziale. Servizio giovane e veloce. Conto moderato: sui 40 euro.

Masuelli San Marco

Masuelli è una delle trattorie di più solida tradizione di tutta la città. È da oltre un secolo che, fra queste boiserie di legno scuro alle pareti e il massiccio bancone all’ingresso, sfilano piatti di pregevole fattura, sia di uso meneghino sia di provenienza piemontese. Tutto è smagliante, tutto è perfetto tanto negli agnolotti del plin con sugo d’arrosto quanto nel risotto alla milanese con pistilli di zafferano (tirato magistralmente all’onda); e poi ancora tanto nel gustoso vitello tonnato quanto nella superba costoletta di vitello, impanata nei grissini. La cantina non è sterminata ma raccoglie comunque un ottimo novero di etichette, non solo italiane. Il servizio è attento. Il menu degustazione costa 60 euro. All’incirca stessa spesa ordinano alla carta. Prenotazione indispensabile.

Mu dimsum

Il locale è spazioso, con alti soffitti e cucina a vista; gli arredi sono molto curati con ampio uso del legno, tavoli ben distanziati e cucina a vista. La proposta gastronomica è sostanzialmente ispirata alla cucina cantonese odierna (arricchita da una nota internazionale), più fresca rispetto a quella tradizionale, pur tenendo in carta alcune portate simboliche come l’anatra alla pechinese. Nell’ampia sezione dedicata ai dim sum da segnalare il raviolo di black cod marinato al miso con rafano fresco, polvere di cipollotto e nero di seppia. Dettagliatissima la carta dei tè che affianca una ricca cantina che comprende, oltre ai vini, anche i sake. Tre sono i menu degustazione: «Traditional Tasting» di sei portate a 60 euro; «Vegetarian Tasting» di sei portate a 60 euro; «Taste of China» di quattordici assaggi a 75 euro. Alla carta si spende circa 60 euro.

Nishiki

Nishiki, con il suo arredamento di design, la sua illuminazione estremamente curata e il grandissimo bancone a vista dietro il quale lavorano i cuochi, è un locale dai tratti cosmopoliti: si trova all’incirca alla metà di Corso Lodi, ma potrebbe sorgere in qualunque metropoli del mondo. E così anche la cucina, benché si ispira al Sol Levante, si propone come numerosi spunti fusion. Se il sushi e il sashimi sono di chiara impronta nipponica, più ‘internaziorientali’, nel gusto e nella concezione, sono le cappesante alla griglia con besciamella, pasta fillo e caviale di salmone, e le ostriche in tempura con foglia di shiso e maionese allo yuzu. La cantina è di ottimo livello, e a prezzi adeguati al contesto. Servizio puntuale. Il conto parte da 40 euro, e può salire di molto in base ai piatti ordinati.

[Bu:r] di Eugenio Boer

Seppur per metà di origine olandese, Eugenio Boer propone una cucina dichiaratamente italiana, tant’è che ha redatto una cartina della Penisola sulla quale sono segnalati prodotti e produttori (preferibilmente piccoli) indicandone la precisa località. L’equilibrio tra tradizione e innovazione è interpretato realizzando piatti in cui la prima – pur esprimendosi – non limita la seconda. Non vi è una carta, ma tre menu degustazione dai quali si possono attingere le pietanze singoli: «I Classici», «Stagionale», «Per mano…» (quest’ultimo costituito da assaggi a sorpresa), rispettivamente a 130, 140 e 160 euro. Fra «I Classici» spicca «il mio riso Nino Bergese» con burro, Parmigiano, Chinotto di Savona e riduzione di sugo d’arrosto. Articolata carta dei vini. Ambiente elegante. Conto a partire da 115 euro.

28 Posti

Il ristorante si trova in zona Navigli. La filosofia del locale si autodefinisce «etica» e pone al centro della propria attenzione le materie prime – preferibilmente di piccoli produttori e rigorosamente stagionali – cercando di limitare al massimo lo spreco attraverso pratiche di cucina virtuose. L’offerta gastronomica è declinata in tre menu degustazione a sorpresa (a 50, 75 e 90 euro) ma non manca una sia pur essenziale carta che comprende una decina di portate, dessert compresi. Tra le preparazioni più elaborate va segnalato il sontuoso petto di faraona al latte e miele con salsa suprema e radicchio in conserva (per due persone). Piccola ma selezionata cantina che – a fianco a etichette regionali – propone anche alcune bottiglie straniere. Circa 80 euro il conto ordinando à la carte.

A’ Riccione

È questo un ristorante a vocazione ittica, presente su piazza da almeno settant’anni (con un cambio di gestione nel 1999). La carta unisce due filoni: uno tradizionale, con i classici della cucina di mare, dove non mancano influssi romagnoli; l’altro rappresentato dalla vastissima selezione di crudi e dell’ampio repertorio di ostriche, tra i più ricchi della città. Fra i piatti più gettonati il sontuoso gran plateau di cotti – a base di molluschi e crostacei – e l’imponente fritto misto («La Nuvola»). La cantina offre una selezione ampia e curata, con vini al calice anche esteri. Il costo medio si aggira attorno a 100 euro, e oltre scegliendo i crudi. Condividono l’insegna A’ Riccione il Bistrot (tel. 023451323) di via Procaccini e la Terrazza 12 (tel. 0292853303) di via Durini.

Antica Trattoria della Pesa

Inaugurato a fine Ottocento, il ristorante appartiene alla memoria storica della città; si trova a Porta Garibaldi proprio di fianco alla (ora dismessa) pesa pubblica, cui fa riferimento il nome. Entrando nel locale si respira l’aria di un’altra epoca per la presenza del legno, a cominciare dalla porta interna d’ingresso, per proseguire con i mobili, i tavoli, le sedie, ma anche la boiserie alle pareti. Qui – in origine – si cucinavano esclusivamente piatti milanesi, che opportunamente alleggeriti sono in parte riproposti oggi. Non mancano portate decisamente saporite, come la trippa preparata con il foiolo, che fa compagnia al risotto allo zafferano, al riso al salto, alla cotoletta, all’ossobuco, al minestrone semifreddo. Piatti che si possono ordinare anche Al Bistrot della Pesa (tel. 026592880), in via Maroncelli. Carta dei vini non chilometrica, ma selezionata. Sui 60 euro.

Andrea Aprea

È l’ottocentesco palazzo della Fondazione Rovati, in corso Venezia, affacciato sui giardini pubblici, a ospitare, all’ultimo piano, questo ristorante ampio e luminoso, dagli spazi ben distribuiti e dai tavoli rotondi ben distanziati. La cucina è a vista e al centro della sala si impone un maestoso lampadario di cristallo di Murano.

È questo il palcoscenico sul quale Andrea Aprea, chef napoletano dalla reputata carriera, propone una cucina innovativa che soddisfa il gusto più evoluto, senza rinunciare alla cultura della memoria. Cucina che si concretizza con la realizzazione di piatti molto equilibrati, curati nella sostanza e nella forma, e che somma attenzione pongono nel bilanciamento dei gusti: salato, dolce, acido e amaro. Tre sono i menu degustazione (con prezzi da 200 a 250 euro): «Contemporaneità», vale a dire l’attualità, quattro portate in cui l’esprit creativo del cuoco si esprime anche con abbinamenti insoliti come «piccione, banana, rucola, caffè» (pietanza nella quale alla sapida centralità del piccione si accompagnano note dolci e amaricanti). «Partenope», dal nome della sirena divenuta dea protettrice di Napoli, sei portate dedicate alla città con piatti come cannelloni alla genovese di asina con zucchine alla scapece. «Signature», che rappresenta il sunto del percorso gastronomico di Aprea, con una selezione di otto portate ‘storiche’ tra le più rappresentative, come «agnello, melanzane, ricci di mare, provola affumicata».

Servizio di livello. In cantina etichette da tutto il mondo, offerte a prezzi adeguati al contesto.

Barbacoa

Il locale fa parte di una catena brasiliana presente – oltre che nella madrepatria – anche a Tokyo e a Milano, specializzata in carni cucinate alla griglia. I tagli proposti sono circa quattordici (bue, maiale, agnello e pollo) e si possono ordinare alla carta oppure con il metodo rodizo – caratteristico delle churrascarie – che consiste nel servire le carni a volontà trinciandole direttamente al tavolo. Il servizio si conclude solo quando decide l’ospite, il quale munito di un dischetto con una faccia rossa e l’altra verde, utilizza questo come un semaforo concludendo – o mettendo in pausa – il servizio quando lo posiziona sul rosso. Ma non è tutto, perché ci si può servire al buffet con una trentina tra antipasti e contorni. In cantina circa centoquaranta etichette. Il conto rodizo è di 61 euro, comprende il buffet, ma non i dolci.

Bentoteca

Ristorante giapponese nato nel 2020 che si definisce – con modestia – shokudo, ossia: tavola calda, refettorio. In realtà è molto di più, vista la cura dedicata alla realizzazione dei piatti e la costante ricerca della qualità negli ingredienti selezionati, come il tonno allevato nel Portogallo del Sud, che dal momento della pesca all’abbattimento a meno 60 gradi trascorrono solo tre ore. Le preparazioni spesso uniscono ingredienti di terra e di mare sia italiani sia giapponesi così che le due culture culinarie si intessono con armonia. I piatti sono ora immediati, come il sashimi di tonno, ora decisamente complessi come la «zuppa VGE» omaggio a Paul Bocuse (cervello di vitello confit servito in zuppa di Wagyu sukiyaki e foie gras, ricoperto da pasta sfoglia). Carta delle bevande con selezione di vini, di sake e di birre. Menu omakase (a sorpresa) a 95 euro. Conto sui 75 euro.

Berton

Il locale si trova a Porta Nuova ed è spazioso, con un’ampia vetrata che fornisce una bella luminosità alla sala interna. Ai fornelli Andrea Berton, chef affermato formatosi – tra le altre – alle scuole di Gualtiero Marchesi e di Alain Ducasse. La sua cucina è innovativa e creativa, legata ai prodotti stagionali e quindi alla valorizzazione dell’ingrediente. E per meglio raccontarlo e raccontarsi, non vi è una carta, ma alcuni menu dai quali si possono scegliere anche singoli piatti. Oltre al più noto percorso «Non solo Brodo», otto portate a 180 euro, da provare è pure il menu «Signature 10 anni (2014-2024)» che permette, in sei portate, di percorrere un decennio di storia del ristorante (155 euro). Da ricordare ancora il menu «Porta Nuova»: sette portate a 165 euro. Grande carta dei vini d’impronta internazionale.

Borgia

Il locale ha due anime: Borgia, il ristorante serale fine dining, e As33, il bistrot-winebar aperto tutto il giorno. Il primo è elegante, e propone una cucina attenta a evitare gli sprechi, ecosostenibile, con piatti di matrice nazionale e con ingredienti perlopiù del territorio, senza però disdegnare materie prime che giungono da altri Paesi. Un esempio può essere la ricciola cotta dolcemente in oliocottura con miso bianco, emulsione al rafano e insalata di taccole, fagiolini e alga wakame. Oltre alla carta sono proposti quattro menu dei quali uno, «Psyche» (a 110 euro), si articola in sei portate a sorpresa decise dallo chef dopo aver proposto al cliente un breve test per esplorarne gusti e preferenze. Gli altri, fra cui uno vegetariano, sono invece offerti a 100, 130 e 140 euro. Servizio presente. Cantina di respiro internazionale. Alla carta ci si attesta sui 100 euro.

Contraste

Due chef, due soci, due menti pensanti: Matias Perdomo, uruguaiano, e Simon Press, argentino. Da un decennio alla guida del ristorante Contraste ne hanno fatto una delle tavole più originali e divertenti di una città in perenne fermento gastronomico. Tagliato sui nuovi clienti o sui nostalgici che desiderano ripercorrere le passate creazioni dei due, il menu «Riflesso» sembra essere una sorta di rampa di lancio per il secondo menu, «Riflessioni», che rappresenta lo stato dell’arte della loro cucina.

I piatti di quest’ultimo sono di una bellezza folgorante, imprevedibili negli accostamenti, originali nelle consistenze. Spesso – ma non sempre – l’equilibrio è immediato e comprensibile; in alcuni piatti è di più difficile interpretazione ma la sensazione finale rimane di grande armonia. «Arachidi, tendini, caviale, frutto della passione e arrosto» – per esempio – richiede una certa applicazione da parte di chi assaggia per distinguere gli ingredienti e recuperare al contempo una sensazione d’insieme. Al contrario «calamaro, cime di rapa, nocciole e foie gras» è un meraviglioso, immediato gioco di sapori e consistenze. Chiusura meno creativa, di pura gola: una perfetta torta di rose.

La squadra di sala è giovane, brillante, precisa. La ricca e originale carta dei vini beneficia della regia ‘a distanza’ del terzo socio, Thomas Piras, un tempo maître, sommelier e restaurant manager, oggi dedito ad altre attività. Entrambi i menu costano 180 euro; non è disponibile la scelta alla carta.

Cracco

Carlo Cracco, sia per la notorietà mediatica che lo ha reso famoso in tutta Italia, sia per le indubbie capacità professionali, è un indiscusso punto di riferimento della ristorazione milanese e non solo. La location, nel cuore della città tra Piazza del Duomo e Piazza della Scala, è lussuosa, con eleganti decorazioni e boiserie, e si sviluppa su più piani, uno dei quali – il primo – ospita il ristorante vero e proprio, composto da tre sale e da due privé, mentre al secondo piano si sviluppa la sala Mengoni riservata agli eventi, con impagabile vista sulla Galleria.

La cucina di Cracco è innovativa, di grande personalità e di carattere. Lo chef ha collaborato con grandi cuochi come Gualtiero Marchesi e Alain Ducasse, e probabilmente deve anche a loro lo stile lineare, senza barocchismi, che definisce i suoi piatti. Questi sono realizzati con salde tecniche culinarie, e nulla è lasciato all’improvvisazione. Vi sono inoltre richiami e omaggi alla tradizione gastronomica meneghina, fra i quali spicca un eccelso riso mantecato allo zafferano con midollo alla piastra. Non solo carne in carta, però. Anche il pesce fa la sua parte, come con il ben definito salmerino in crosta con funghi e insalata d’alghe, colatura di alici e sesamo.

L’ampia carta dei vini elenca referenze principalmente italiane e francesi, in una vertigine di etichette blasonate proposte a prezzi adeguati al contesto. Il menu degustazione «Convito felice», di undici portate, è offerto a 215 euro. Il conto, ordinando à la carte, si attesta invece sui 170 euro.

Bon Wei

Con l’apertura nel 2010 di questo locale, la cucina cinese a Milano ha cambiato decisamente passo, dismettendo i panni della trattoria a conduzione familiare per assumere le connotazioni della ristorazione di qualità. L’interior design di Bon Wei, in piena coerenza con il livello della cucina, affidato a uno studio di architettura, riproduce l’immagine della Cina attuale, moderna e avveniristica, lontana da quella stereotipata un tempo in voga. I piatti proposti sono tradizionali, elencati in due diverse carte: la prima, definita «Classica», raccoglie un’ampia selezione di portate anche gourmet; l’altra dedicata all’«Alta Cucina Regionale» cinese, presenta i piatti della badacaixi, le otto tradizioni regionali gastronomiche della Cina, come i lamian, tagliolini «tirati a mano» dello Shandong. Assortita carta dei vini. Sui 70 euro.

Casa Ramen

Il ramen (una ricca minestra in brodo) è una preparazione giapponese che ha riscontrato a Milano un indubbio successo, tant’è che oggi numerosi ristoranti la propongono. Ma nel 2013, quando la Casa aprì, il ramen era un piatto sconosciuto ai più. Il locale, molto piccolo (sedici posti a sedere), si trova nel quartiere Isola, e non è cambiato. L’offerta, invece, che prima contemplava unicamente i ramen, oggi si è ampliata. Si possono infatti ordinare altri piatti ben caratterizzati come i kimchi, o il bao «Pink» (tartare di manzo dry aged, agro e maionese umami). Tra i ramen non manca quello della settimana, generalmente di carne. Qualche etichetta in cantina. Un ramen costa 15 euro. Poco lontano si trova Casa Ramen Super (via Bassi, tel. 0283529210), anch’esso ‘ramencentrico’ ma con molti altri piatti e un menu omakase (a sorpresa).

Ceresio 7

Inaugurato nel 2013, il locale è diventato subito di tendenza e ancora oggi non ha smesso di essere considerato modaiolo. L’aperitivo con cocktail d’autore a bordo piscina sul rooftop al quarto piano con vista sulla città in un ambiente confortevole, rimane sempre un valido motivo di attrazione. Altrettanto attrattiva è la cucina: accurata, innovativa e molto ‘attuale’ dello chef Elio Sironi, ‘ideatore’ di Ceresio 7. L’attenzione per le materie prime e la mano sicura del cuoco danno vita a piatti di grande equilibrio, di ricerca, ma al tempo stesso diretti, senza ampollosità. Ai ben eseguiti crudi di mare, fanno seguito portate che talvolta traggono ispirazione dalla cucina regionale, come gli agnolotti del plin (con lime, nduja e zafferano). Grande carta dei vini con referenze internazionali. Menu a 110 euro. Come à la carte.

Daniel Canzian

Il ristorante, costituito da una grande sala luminosa, separata da una cucina e da un bancone, dove è possibile pasteggiare provando l’emozione dello chef’s table. L’ambiente è di tono, accogliente e confortevole. Il cuoco, Daniel Canzian, si approvvigiona al mercatino del quartiere, con grande attenzione alla stagionalità e alla valorizzazione della tradizione italiana, anche nelle sue espressioni regionali. Pertanto in carta non mancano piatti simbolici di Milano come l’ossobuco di vitello in gremolada servito con risotto alla milanese. Tre i menu: «Alta cucina veneta», offerto a 75, 85, 95 euro, in base al numero delle portate; «Iconico», otto portate a 125 euro; e «Giovani forchette» per gli under 40, cinque portate a 50 euro dal martedì al giovedì solo su prenotazione. Ricca carta dei vini con etichette francesi e dal mondo. Si spende circa 95 euro.

Dim Sum

Il locale si sviluppa su più sale, eleganti e confortevoli. La cucina è quella tipica di Hong Kong, ovvero una raffinata interpretazione di quella cantonese, patria dei dim sum, piccoli capolavori di gusto che assumono, di volta in volta, la forma di involtini, ravioli e tortelli. Il nome del ristorante è proprio un omaggio a queste prelibatezze, che sono proposte in carta come antipasti. Qui sono prevalentemente ravioli di differenti forme: chiusi, aperti e a saccottino. Meritano attenzione quelli di agnello e coriandolo, saporiti e al tempo stesso delicati. La carta, inoltre, offre piatti di carne e pesce che spaziano dall’anatra croccante alle cappesante con asparagi. Due i menu degustazione: «Fiume», ispirato ai sapori del mare, tredici portate a 130 euro, e «Radice», di carne, dodici portate a 120 euro. Carta dei vini, ricca anche di vari Champagne; selezione di tè. Conto sui 70 euro.

Frangente

Il ristorante è a Porta Nuova; all’ingresso si incontra la cucina a vista con un bancone, una interpretazione della table de chef, dove gli ospiti possono osservare ed essere serviti dalla brigata in azione. Vi sono inoltre una sala e un bar. Il motto dello chef Federico Sisti è «Tradition never dies», «la tradizione non muore mai», per affermare che l’innovazione non dimentica il passato, ma lo interpreta, rendendolo attuale in un panorama culinario in continua evoluzione: ecco quindi pietanze con abbinamenti arditi, come le animelle arrosto arricchite da astice, zucchine e zeste di limone. Una cucina pertanto di grande originalità capace di aggiungere a un piatto classico l’ingrediente che non ti aspetti, come – altro esempio – la bottarga di muggine sulla tartare di manzo. Buona cantina. Conto sui 70 euro.

Enrico Bartolini

Quest’elegante ristorante si trova all’ultimo piano del Museo delle Culture (MUDEC) ed è tra i più reputati della città. Lo chef, Enrico Bartolini (che firma la carta anche di numerosi altri locali, tutti molto qualificati), si affida qui all’executive chef Davide Boglioli che, forte anche di precedenti esperienze in importanti cucine, mostra tutte le proprie doti in piatti di grande autorialità.

La proposta, capace di giocare con finezza con gli ingredienti e la stagionalità, è improntata a uno stile attuale e dinamico: sì, di ricerca e creatività ma non scevro di chiari rimandi all’alta scuola classica. Sicuramente sono il patrimonio delle cucine regionali italiane e meditati spunti mediterranei a dettare la foggia delle pietanze: espressive e dirette più che cerebrali e tecniche. Sicché gusto, delicatezza ed equilibrio si incontrano tanto nella variazione di asparagi bianchi e verdi con fiori d’arancio e Parmigiano Reggiano (creazione che latamente si richiama agli asparagi alla Bismarck), quanto nei bottoni di olio e lime in salsa di cacciucco e polpo e nel filetto di vacca Podolica affumicato al mirto con salsa «all’italiana».

La cantina, in mano a Sebastian Ferrara, è poderosa (e a prezzi adeguati al contesto). Il servizio è molto attento senza essere impettito. Menu degustazione a 300 e 375 euro, con abbinamento vini a partire da 250 euro. Ordinando alla carta si spende 250, 300 o 350 euro rispettivamente per due, tre o quattro piatti.

Gong

Il ristorante è situato nella zona di Porta Monforte e si distingue per l’eleganza della sala e per l’accoglienza tipicamente orientale. Il timbro gastronomico è definito dall’armonica fusione di tre elementi: un’alta cucina cinese innovativa alla quale si aggiungono l’essenziale raffinatezza nipponica e garbati tocchi occidentali. Riassumono l’intessersi delle tre culture culinarie l’elegante e buonissimo «raviolo Wagyu», un dim sum farcito con ragù di manzo giapponese su crema di foie gras e tofu con una lamella di tartufo, e il maestoso rombo con panure alle erbe, crema di edamame, olive e mandorle salate. Ricca cantina e carta dedicata ai sake. Vi sono tre menu: «Classico», otto portate a 140 euro; «Tradizione assoluto di Peking Duck», otto portate a 145 euro, «Evoluzione», nove portate a 160 euro. Conto sui 110 euro.

Hotel Casa Baglioni – Sadler

Claudio Sadler è uno dei cuochi di più lunga carriera sulla piazza milanese. Da pochissimi anni ha trasferito il suo locale all’interno di un raffinato albergo, in zona Brera. La sua cucina, però, non ha subito particolari mutamenti, rimanendo fedele a una linea di neoclassico nitore, capace di interpretare sia il pesce sia la carne con tratto autoriale. Sontuoso è, per esempio, il salame di fegato grasso d’oca con uvetta, noci e mostarda di ravanelli e zucca. Di gran gusto i bottoni di carciofi e ricotta con astice e bisque di crostacei. Di bell’equilibrio la scaloppa di branzino al sale con salsa norvegese e patate allo yogurt greco. Cantina di spessore. Servizio elegante. Menu a 150 e 180 euro; all’incirca come à la carte. Proposta più semplice e prezzi più contenuti per il servizio lunch.

Costarsa Pinot Nero Riserva Oltrepò Pavese 2020 Doc

La cantina – non lontana da Salice Terme – era l’azienda agricola di un monastero benedettino, che aveva sede a Pavia. La struttura risale al XIII secolo e nel 1803 venne acquisita dalla famiglia che ancora oggi ne è proprietaria e che, nel 1848, fondò l’azienda Montelio. Costarsa è prodotto unicamente con le uve Pinot Nero dell’omonima vigna messa a dimora nel 1982. Dopo la diraspatura e la pigiatura ha luogo la macerazione a freddo per una ventina di giorni, con rimontaggi giornalieri. Il vino è successivamente elevato in barrique per circa sedici mesi, quindi è assemblato in vasi vinari di cemento vetrificato. Affina in bottiglia per una decina di mesi. Si presenta di colore rosso rubino scarico. È intensamente fruttato con nitidi ricordi floreali. In bocca è pulito, secco, elegante, leggermente boisé, ma senza che il legno prevalga: piuttosto fa da sfondo alle caratteristiche fruttate dell’uva.

Gobbio Botticino 2021 Doc

Le cave del pregiato marmo bianco hanno relegato a Botticino in secondo piano la tradizione vitivinicola. Ma proprio quel substrato – caratterizzato da una poderosa presenza di calcare – dona ‘solidità’ alle uve e quindi al vino che ne deriva. La famiglia Noventa, vignaioli da generazioni sugli impegnativi pendii (in tutto undici ettari coltivati biologicamente), ha sapientemente saputo domarne la naturale esuberanza in particolare in Gobbio, raffinato blend delle uve rosse che tradizionalmente costituiscono l’uvaggio della denominazione: Barbera e Sangiovese in prevalenza, più aggiunte di Marzemino e Schiava Gentile. Vinificazioni separate e blend che matura in botti di legno di media capacità e di più passaggi per circa due anni. È un rosso potente ma al tempo stesso elegante, armonica fusione delle singole caratteristiche dei vitigni che lo compongono.

Inferno Valtellina Superiore 2022 Docg

È recente, la firma di Marco Ferrari sui vini di Valtellina. Dopo aver girovagato lavorando le vigne di Italia e Francia (nel Rodano in particolare), ha esordito con la vendemmia 2019. Negli anni successivi ha messo insieme appezzamenti di vigna condotta in proprio per un totale di quasi tre ettari dislocati tra Sassella (soprattutto) e Inferno. Le scelte in fase di vinificazione (una fra tutte: la presenza dei raspi in fermentazione) sono finalizzate a ottenere vini che esaltano la finezza e l’eleganza del Nebbiolo delle Alpi. Inferno 2022 regala un bouquet di grande finezza e infinita progressione: il frutto ancora croccante è ravvivato da fresche note balsamiche e di erbe aromatiche, di spezie dolci; il sorso va in simbiosi con le percezioni olfattive regalando un finale vellutato.

Maurizio Zanella Rosso del Sebino 2000 Igt

Benché ora sia disponibile in commercio la 2021, di Maurizio Zanella (taglio bordolese di Ca’ del Bosco) segnaliamo una vecchia annata: la 2000. E lo facciamo perché questo vino straordinario, nato nel 1981, invecchia splendidamente, attraversando i decenni senza fatica e anzi guadagnando in profondità e in complessità. Nato da un blend di Cabernet Sauvignon 45%, Cabernet Franc 30% e Merlot 25%, fermentato e affinato in barrique nuove, Maurizio Zanella si esprime con avvolgente e soffice eleganza: tanto al naso, dove sì predominano i terziari ma sono comunque ben riconoscibili ancora nuance di frutta e note floreali, quanto in bocca. Il sorso è pieno, lungo e ancora perfettamente pulito: con un finale morbido ed equilibrato.

Pinot Nero Francesco Arrigoni Bergamasca 2022 Igt

Il silenzio è ancora più d’oro per uno che ha lavorato per una vita nel mondo della musica. Perciò Giuseppe Magni – già produttore nell’ordine di dischi, musicassette e compat disc – trascorre sempre più tempo nella quiete di Tassodine (località sui contrafforti del Monte Canto) che con un lungo, paziente e oneroso lavoro, ha restituito all’antica vocazione vitivinicola sfidando la presenza dei tassi che dell’uva vanno ghiotti (ecco il perché del nome). Merlot e, sorpresa. Pinot Nero: a consigliargli di piantare quest’ultimo vitigno, difficile ma affascinante sfida per ogni vignaiolo, fu Francesco Arrigoni, giornalista ed enogastronomo. La vendemmia 2022 del vino a lui dedicato ha una potenza fuori dal comune, tale da confondere le idee sull’espressività del vitigno. Ma è davvero monstre e bilanciato dall’affinamento in legno. Da tenere in cantina, riuscendovi…

Turano Bergamasca Rosso 2020 Igt

Salendo verso l’antico borgo del Monte Canto, si attraversano filari che sembrano disegnati tanto sono curati. Vigneti terrazzati che sono una meraviglia, difficili da coltivare ma benedetti dalla presenza dell’Abbazia di Fontanella nel paese che ha dato in natali a papa Giovanni XXIII. Li ha ripristinati Carlo Ravasio che proprio su quelle balze – a fianco del nonno – ha mosso i primi passi nel mondo enologico. Merlot e Cabernet Sauvignon principalmente, secondo annata vinificati in purezza o in taglio. In quelle particolarmente favorevoli, baciate dal bel tempo fino ad autunno inoltrato, a dare il meglio è il Cabernet Sauvignon del cru Turano: raccolto perfettamente maturo regala un vino di un colore granato-violaceo intenso; al naso l’attacco erbaceo è sovrastato dai ridondanti sentori di frutto rosso maturo; al palato ha polpa da vendere, morbida speziatura su trama tannica molto robusta e persistente (che lo rende adatto a lungo affinamento).

Vigna Alta Merlot Alto Mincio 2017 Igt

Da ormai più di un anno i gourmet amanti della buona tavola piangono il passaggio di mano del ristorante Il Cigno (Mantova). Ma gli amanti dei grandi vini ne gioiscono perché Tano Martini – dismesso il suo mitico papillon – si dedica ora a tempo pieno alla produzione di eccelsi vini sui Colli Morenici mantovani. Da tre vigneti terrazzati che guardano verso il Garda nascono il Cabernet Sauvignon e il Merlot che, di volta in volta assemblati o in assolo, danno vita – fra gli altri – a Vigna Alta, l’etichetta di vertice dell’azienda. Si tratta di un vino che ha l’attitudine del maratoneta: va atteso perché solo dopo alcuni anni in bottiglia sfodera tutta la sua classe: potente, di grande eleganza, e di altrettanto grande finezza gusto-olfattiva.

Vigna Sassorosso Valtellina Superiore Grumello 2021 Docg

Da una delle sottozone più vocate di Valtellina – Grumello – nasce Vigna Sassorosso, una delle etichette di punta di Nino Negri: la cantina par excellence di queste lande estreme. La Chiavennasca, che poggia su pochi centimetri di terreno, è costretta a scavare con le proprie radici nella roccia dando vita a un vino che ‘racconta’ di questi luoghi ove la viticoltura è davvero eroica. Il naso si propone, prima con timidezza poi con pienezza, con un bel ventaglio di piccoli frutti rossi e neri, croccanti e profumati, e quindi con note floreali e una imponente verticalità. Il sorso appare elegantissimo: marcia in bocca con levità da sfilata, e quasi nasconde le molteplici complessità date dalla struttura di nerbo, dai tannini setosissimi e da una freschezza modulata e croccante.

Moscato di Scanzo 2019 Docg

Si è diplomato in Agraria Emanuele Biava ma, non contento degli insegnamenti ricevuti, è partito alla volta di San Michele all’Adige per approfondire la conoscenza di ciò che lo appassionava di più: la vitivinicoltura. Aveva infatti deciso sin da piccolo, seguendo in vigna le orme del nonno Giovanni, di raccoglierne l’eredità. Dal vigneto abbarbicato sul Monte Bastia (che a ragione si può definire il cru del Moscato di Scanzo) ricava un passito che da anni si piazza ai vertici delle degustazioni. Grande impegno durante tutte le fasi della lavorazione, in campagna e in cantina, seguite direttamente e con un’applicazione rigorosa. Il tutto per non disperdere il patrimonio aromatico che madre natura ha dotato a questo straordinario e originale vitigno rosso che dona sensazioni dolci-aromatiche originali (al poderoso frutto si affiancano sentori altrettanto intensi di rosa e pepe, chiodi di garofano e incenso).

Vertemate Passito Alpi Retiche 2021 Igt

Porta il nome del nonno, Mamete Prevostini. Un nome antico che accompagna invece un autentico innovatore del vino valtellinese. Partito dalla piccola cantina di Mese in Val Chiavenna, ha concretizzato il suo sogno di vignaiolo contemporaneo costruendo una cantina moderna e funzionale (anche certificata CasaClimaWine, la prima in Lombardia) tra i vigneti da cui provengono le uve di Nebbiolo che danno vita agli eccellenti rossi che portano la sua firma. Ma il vigneto più bello, un autentico clos alla francese, è anche quello più vicino alla sede originale, e precisamente a Piuro, direzione Maloja, all’interno della tenuta di Palazzo Vertemate. Da qui nasce un vino da grappoli di Traminer Aromatico e Riesling sapientemente appassiti in fruttaio per alcuni mesi. Vertemate matura poi a lungo prima in piccoli fusti di rovere, quindi in bottiglia. Segno distintivo il perfetto equilibrio tra la dolcezza mielosa e la freschezza acida.

’61 Rosé Franciacorta Docg

Berlucchi è una delle cantine storiche della Franciacorta e la sua sede di rappresentanza, il seicentesco Palazzo Lana, immerso fra i vigneti, è un vero splendore. Ma altrettanto splendide sono le bollicine che qui vengono prodotte. ’61 Rosé (dove il numero sta per 1961: anno della creazione dei primi spumanti franciacortini) è un blend di Pinot Nero e Chardonnay, fermentati in acciaio e quindi lasciati in bottiglia, per la presa di spuma, per circa due anni. È un vino che seduce per la sua sofisticata leggerezza, tesa in un’espressione femminile di piccola frutta rossa (il lampone è molto evidente), di fiori e di leggere sensazioni di pasticceria. La stessa soavità si ritrova in bocca, in un sorso che conquista per eleganza ed equilibrio.

Annamaria Clementi Rosé Franciacorta Riserva 2016 Docg

Dedicata alla mamma di Maurizio Zanella, questa etichetta è la vetta spumantistica del nostro Paese. Pinot Nero 100%, proveniente da tre vitigni situati nel comune di Erbusco, fermentato e affinato in legno (dove svolge pure la malolattica), il vino rimane sui lieviti per oltre otto anni, fino al raggiungimento di una complessità che non ha eguali. Il colore è un bellissimo rosa mattone con luminescenze granate. Il naso è di una ampiezza e di una eleganza straordinarie: la piccola frutta di bosco rincorre l’arancia sanguinella e il mandarino, e poi ancora l’albicocca dolce e il rabarbaro, con rose antiche sullo sfondo e una magnifica verticalità. Il sorso è maestoso: elegante e lunghissimo, è contraddistinto da una pulizia gusto-olfattiva enorme. Un capolavoro!

Annamaria Clementi R.S. Franciacorta Riserva 1980 Docg

Annamaria Clementi R.S. 1980 è l’epitome di Ca’ del Bosco. È la seconda annata di un vino fatto da un giovanissimo Maurizio Zanella insieme ad André Dubois, un blend di Pinot Nero (circa 40%), Pinot Bianco (21%) e Chardonnay (39%). Parte di quelle bottiglie uscirono nel 1986, mentre un’altra parte – circa seimila – ha continuato ad affinare: altri due anni coricata e poi i rimanenti trentacinque sur pointe. Si è davanti a un vino frutto della vite, ma soprattutto del tempo. Sboccato su richiesta e pas dosé ha una bollicina finissima e persistente. Il naso è intenso e ampio, giocato fra fiori gialli, scorze candite, mela cotogna e lievi accenni di nocciola tostata, di cera d’api e di legni aromatici. Il sorso è soave ed elegante, fresco e minerale, e chiude con pulizia estrema, sviluppando una persistenza gusto-olfattiva che pare non finire mai. Vino monumentale.

Blanc de Blanc Brut Franciacorta Docg

‘Cittadini di Erbusco’: ecco il significato del curioso nome Derbusco Cives. Ma, al di là del latinorum, questa cantina si è fatta notare, nel corso del tempo, per affidabilità e qualità delle sue bollicine. La gamma, che è ampia ma non sterminata, vanta un ottimo Brut, un succoso Rosé e prestigiosi millesimati. Segnaliamo qui l’etichetta Blanc de Blanc: Chardonnay 100% fermentato in acciaio e quindi lasciato in bottiglia per almeno tre anni, a contatto con i propri lieviti. È un vino che si distingue per la vivacità minerale, i molteplici e affascinanti sentori di agrumi e la bella freschezza, pulita ed equilibrata, che accompagna tutto il sorso. Da godersi con un grande piatto di pesce.

Cuvée Prestige Rosé Edizione 47 Franciacorta Docg

Da alcuni anni Ca’ del Bosco ha identificato la linea Cuvée Prestige per ‘edizione’, ovvero per taglio di annata. Edizione 47 di Cuvée Prestige Rosé è basata sull’annata 2022 con un 10% di vini di riserva dell’annata 2021. Il blend è composto da Pinot Nero 80% e Chardonnay 20%, con un affinamento sui lieviti di quasi tre anni e un dosaggio assai ridotto. Il vino un magnifico colore rosa salmone – si distingue per la bollicina cremosa e fine, per il bouquet cesellato su piccoli lamponi e fragoline di bosco, agrumi e sensazioni floreali, e per la bocca piena e di soddisfazione, ben bilanciata fra note di vellutata freschezza e bell’allungo minerale sul quale si distendono ancora molteplici nuance fruttate.

Demetra Pinot Bianco Brut Nature Metodo Classico Vsq

Il vitigno bianco principe della Franciacorta è lo Chardonnay che in passato sostituì, dove presente, il Pinot Bianco, uva che matura più lentamente. Mirabella, però, scommise su quest’ultimo vitigno e il cambiamento climatico le ha dato ragione perché accelerandone le fasi maturative, l’uva si è rilevata del tutto rispondente alle attuali esigenze produttive. Il Pinot Bianco è l’unico protagonista di questa etichetta appartenente alla linea Demetra, composta da quattro Brut Nature. Sia la fermentazione sia la maturazione si svolgono in cemento vetrificato; segue, in primavera, l’affinamento in bottiglia sui lieviti per la presa di spuma per ventiquattro mesi. L’affinamento prosegue, dopo la sboccatura, per almeno tre mesi. Profuma di frutta a polpa bianca, con sentori di fiori banchi e di crosta di pane appena sfornato. In bocca si evidenziano sapidità, mineralità e coerenza gusto-olfattiva.

EBB Extra Brut Franciacorta 2018 Docg

La tenuta Mosnel proprietà della famiglia Barboglio dal 1836 – possiede oltre quaranta ettari di vigne. Da queste uve prende vita una gamma piuttosto ampia nella quale si fanno notare il Brut e il Brut Nature e, fra i millesimati, Parosé ed EBB. Quest’ultimo – Chardonnay 100% fermentato ed elevato in vecchie barrique – rimane a contatto con i propri lieviti per oltre quattro anni. Il vino ha un magnifico bouquet di agrume dolce e di cotogna, accompagnati da leggere sensazioni di pasticceria e da una fine verticalità. La bocca è piena e rotonda, piacevolmente fresca e morbida al contempo. L’allunga in fine di sorso pieno e appagante, ritmato da ritorni fruttati e floreali. Da bersi con un piatto di crostacei al vapore.

Farfalla Extra Brut Collection 12 Pinot Nero Metodo Classico Vsq

Il nome di questa etichetta (declinata in più versioni) deriva dalla forma del vigneto dalla quale provengono le uve: visto dell’alto appare infatti come il fragile omonimo insetto, ad ali aperte. Ma della farfalla, questa bollicina ha anche il fascino e la raffinatezza. Pinot Nero 100%, tagliato con un 20% di vin de reserve, riposa sui propri lieviti per quasi tre anni acquisendo aromi e struttura. Il naso è pieno e complesso, con piacevoli note vinose che richiamano il vitigno in un rincorrersi di piccole bacche nere e rosse, tocchi di frutta a polpa e una definita espressione minerale. Grande piacevolezza in bocca, fra la cremosità della bollicina, la bella sensazione sapida e una tensione acida che invoglia al sorso successivo.

La Fiuma Lambrusco Mantovano Frizzante Doc

Fabio Zappellini nasce come enologo, ma nel 2017 decide di puntare sulla produzione del vino nella sua Portiolo. L’azienda è chiamata La Fiuma, appellativo locale del Po, che scorre a pochi metri. Così come poco distante erano i monaci benedettini che, nella splendida abbazia di Polirone, a San Benedetto Po, operavano fin dall’inizio dello scorso millennio coltivando anche erbe officinali. Da una ricerca storica su queste erbe nasce l’idea di abbinarle al Grappello Ruberti, vitigno tipico del Lambrusco Mantovano, e alle spezie spesso utilizzate dalla cucina locale, per ricavarne un Vermouth, battezzato Mixtum. Viene così arricchito il catalogo aziendale, nei quali spiccano La Fiuma e Teieto (nome ispirato dal gonzaghesco Palazzo Te) e da un Metodo Classico millesimato, sempre da uve Grappello Ruberti.

Mattia Vezzola Brut Rosé Metodo Classico Vsq

Nella cantina di famiglia, sulle sponde del Lago di Garda, Mattia Vezzola ha portato tutto il sapere che ha applicato e affinato per decenni in Franciacorta. Le sue bollicine (dal Brut al superbo Grande Annata Rosé) aristocratiche conquistano per la finezza dell’espressione e la piacevolezza della beva. Brut Rosé (Chardonnay 80% e Pinot Nero 20%) si propone, agile e sinuoso, con un bel naso fruttato e floreale, definito da note di lampone e di agrumi, di rosa e di acacia, e da un sorso pieno e sapido, guidato da una bollicina cremosa ed elegante. Da aperitivo, ma soprattutto da bersi con antipasti di pesce, a base di molluschi e crostacei.

Radijan Rosé Franciacorta Docg

Da imprenditore di successo non certo a corto di possibilità economiche, Paolo Radici acquisì una trentina di anni orsono una delle più belle tenute di Franciacorta – Ronco Calino – già appartenuta al celebre pianista Arturo Benedetti Michelangeli. Negli anni successivi, e fino alla sua recente scomparsa, grazie anche al contributo della moglie Lara Imberti, si è dedicato anima e corpo allo sviluppo e alla crescita dell’azienda. Il Rosé, chiamato Radijan in ricordo del padre Gianni, è ottenuto con il 100% di Pinot Nero proveniente da vigne altamente vocate. Oltre trenta mesi di affinamento sui lieviti e dosaggio ridotto al minimo (due grammi/litro). Il delicato color rosa-ramato è attraversato da un perlage finissimo; al naso dominano i sentori di piccoli frutti rossi (lampone in particolare); il sorso deciso e sapido si apre in una succosa e persistente avvolgenza.

Teatro alla Scala Franciacorta Brut 2020 Docg

Bellavista, una fra le cantine più note e importanti della Franciacorta, celebra dal 2004 il suo legame con il famoso teatro meneghino con questa etichetta, uvaggio di Chardonnay (circa 75%) e Pinot Nero (25%). È un vino, in parte fermentato e affinato in piccole botti di rovere, che conquista per il suo bouquet floreale (glicine, biancospino, ginestra) e fruttato (pesca bianca, cedro, buccia di arancia), e per il sorso equilibrato, lungo e minerale. Si segnalano anche il sempre monumentale Vittorio Moretti Riserva 2016 e il Rosé 2018.

Vintage Collection Dosage Zéro Noir Franciacorta Riserva 2016 Docg

È una sorta di cru Vintage Collection Dosage Zéro Noir perché le uve (Pinot Nero 100%) giungono tutte dalla vigna Belvedere, posta a 466 metri, sulle alture che delimitano la parte meridionale del Lago d’Iseo. Qui il microclima è perfetto per enfatizzare tutte le qualità del nobile vitigno di origine francese che, fermentato ed elevato in piccole botti di rovere, passa poi più di otto anni in bottiglia, a contatto con i propri lieviti. E proprio per preservarne la purezza espressiva, fatta di complessità, vinosità, eleganza e struttura, Ca’ del Bosco ha fatto la scelta di non aggiungere alcuna liquer: le bottiglie, al momento del dégorgement, sono rabboccate con il medesimo vino. Maestoso e imponente irretisce per il suo naso ampio ed elegante, e per la sua beva succosa e piena.

Orestilla Lugana 2021 Doc

È un vino prodotto con uve Turbiana, allevate nel vigneto Orestilla (di due ettari), dalle caratteristiche uniche: quando l’enologo assaggiava queste uve, in origine inizialmente destinate al blend del Lugana aziendale, coglieva caratteristiche che si distaccavano totalmente dalle altre. Da qui la scelta di vinificarle separatamente per esaltarne le potenzialità. La fermentazione si svolge in acciaio e prima che si concluda il 30% del mosto è travasato in tonneau con doghe piegate a vapore per non tostare il legno. Il vino qui ottenuto viene elevato negli stessi recipienti per dieci mesi dopo di che è assemblato con la parte rimasta in acciaio. Affina in bottiglia per dieci mesi. In bocca l’ingresso è quasi esile, rivelandosi poi elegante e suadente: molto espressivo e persistente si esprime con un bel frutto intenso e maturo.

Riné Benaco Bresciano 2018 Igt

Le vigne di Cantrina (dal nome della località) sono poste sul versante della Valtenesi che volge lo sguardo a occidente, verso la città di Brescia. Si avvalgono comunque dell’effetto termoregolatore del Lago di Garda. Condotte in biologico praticamente da sempre (da una decina d’anni anche certificato) regalano uve che, vinificate nel rispetto delle loro peculiarità, danno vita a vini caratteriali, di forte personalità, distinguibili nel panorama enologica del territorio. Scegliamo il Riné, bianco che esprime al meglio il potenziale aromatico del vitigno che costituisce la base del blend (Riesling Renano al 65%, mentre il resto è Chardonnay fermentato e affinato per qualche mese in legno) dopo qualche anno in bottiglia. Perciò segnaliamo non l’ultima annata commercializzata, la 2022, ma il 2018 che ha avuto modo di maturare a dovere convertendo l’esuberanza fruttata giovanile in consapevole bouquet.

5 Stelle Sfursat Sforzato della Valtellina 2021 Docg

Dire Nino Negri e dire Chiavennasca – il Nebbiolo della Valtellina – significa dire la medesima cosa, tanto questa cantina, fondata nel 1897, ha contribuito a sviluppare qualitativamente e a far conoscere i vini di queste lande. Fra essi svetta, sovrano incontrastato, lo Sforzato di Valtellina, che Nino Negri interpreta nella sua etichetta più celebre: 5 Stelle Sfursat. Prodotto solo nelle annate migliori (e la 2021 è una di queste), è un vino regale e sontuoso ma che sfugge pesantezza e ridondanza. Amarena e visciola, spezie e legni aromatici, fiori e sottobosco si inseguono in un naso complesso e affascinante; che ben trova riscontro in bocca ove la struttura è ampia ma l’equilibrio è sommo e la spinta acido-minerale perfetta, lunga e bilanciata. Un capolavoro, da accompagnare a grandi carni in salmì.

Barbacarlo Provincia di Pavia Rosso 2023 Igt

Barbacarlo è Barbacarlo, punto e basta. Nasce sull’omonima collina in comune di Broni da vigne molto pendenti che affondano le radici nel terreno di ghiaia e tufo di proprietà della famiglia Maga fin dal 1860. Volto a Sud-Ovest, il vigneto è composto da Croatina in maggior misura (circa il 50%), quindi Ughetta e Uva Rara in parti quasi paritarie. La vinificazione avviene in botti di rovere vecchie e vecchissime senza controllo della temperatura. Si svina nella primavera successiva alla vendemmia, seguendo i suggerimenti della luna. «Il vino deve maturare in bottiglia, non in legno», questo uno degli insegnamenti che Giuseppe ha avuto dal padre Lino (Maga Lino, come usava presentarsi). Con o senza venatura carbonica secondo annate ed evoluzione, impressiona per ricchezza di frutto, per la polpa densa e morbida che alimenta la sua proverbiale vocazione da maratoneta.

Bricco Riva Bianca Buttafuoco dell’Oltrepò Pavese 2020 Doc

Recuperati i vigneti in Val Solinga all’epoca praticamente abbandonati perché assai difficili da lavorare, Andrea Picchioni produce dal 1988 vini di gran carattere soprattutto nelle versioni che si avvalgono di lunghi affinamenti. Così esprimono compiutamente la qualità delle uve raccolte da vigne che affondano le radici in terreni che hanno pendenze da brivido ed esposizione a mezzodì per un irraggiamento solare che nelle giornate estive sembra interminabile. Condotte in biologico hanno produzione naturalmente contenuta. Tra le tante buone etichette segnaliamo il Buttafuoco ottenuto da un taglio in percentuale variabile secondo annata di Croatina, Barbera e Ughetta di Solinga selezionate nel Bricco Riva Bianca. La bottiglia del 2020 regala un vino intenso e profondo: la poderosa dotazione tannica fa presagire lunga e proficua evoluzione.

Campostarne Valtènesi 2022 Doc

La denominazione Valtènesi è celebre per i suoi Chiaretto (e Molmenti della cantina Costaripa ne è una delle sue espressioni più rappresentative) ma pure fra i rossi ci sono etichette di grande valore. È il caso di Campostarne, uvaggio di Groppello Gentile, Marzemino, Sangiovese e Barbera, vinificato con una macerazione prolungata a contatto con le bucce e affinato in piccole botti di rovere per almeno un anno. È un vino di nerbo e di carattere, dai misteriosi aromi di piccola frutta nera, di viola e di rosa rossa, di spezie. Il sorso è ampio e caldo, sostenuto da una trama tannica percepibile ma non sovrastante. Pulito ed equilibrato chiude con maestosa lunghezza e potenza.

Corne Bergamasca Rosso 2017 Igt

Ha impiegato qualche anno, Usvaldo Paris imprenditore di successo in altro settore, a trovare i giusti equilibri nel mondo della vitivinicoltura. Rilevata l’azienda di maggior potenziale nella bergamasca (Le Corne, quaranta ettari circa di vigne nell’anfiteatro naturale di San Pantaleone a Grumello), ha prima reimpiantato le vigne e successivamente sposato la filosofia della coltivazione biologica. Quindi costruito una cantina ex novo tecnologicamente avanzata che va a implementare quella storica posta nei caveau scavati nella roccia (la ‘corna’ in dialetto) sotto la bellissima torre medievale un tempo proprietà del condottiero Bartolomeo Colleoni. Nella gamma di ottimi vini si distinguono i rossi da taglio bordolese e in particolare quelle che porta il nome dell’azienda: Corne. L’annata 2017 si presenta con un colore profondo; naso imponente di frutta rossa; bocca imponente, succosa, fresca, con finale caldo-morbido.